Avvocato Francesca Copelli

Avvocato civilista e penalista

Avvocato Francesca Copelli
Chi è l'avvocato Francesca Copelli?
L’Avv. Francesca Copelli si laurea presso la facoltà di Giurisprudenza di Torino nel 2006, conseguendo un punteggio di 97/110 con la tesi dal titolo ”l’associazione a delinquere di stampo mafioso con particolare riferimento alla ‘ndrangheta calabrese” . Dopo gli studi, inizia la pratica forense, dapprima presso uno studio di penale di Torino e poi al fine di concretizzare le conoscenze inerenti il diritto penale acquisite in facoltà riguardanti l’associazione a delinquere di stampo mafioso, nel 2007 si trasferisce in Calabria, per svolgere la pratica forense presso l’Avv. Emilia Pino. Nel 2009, consegue l’abilitazione all'esercizio della professione forense presso la Corte d’Appello di Reggio Calabria raggiungendo il massimo del punteggio. Nel 2009 rientra a Torino per collaborare con gli studi degli Avv.ti Giordanengo e Zaccone ed in particolare affianca nell'attività forense l’Avv. Marco Feno. Nel 2010 inizia a collaborare con lo studio dell’Avv. Alessandro Bonzo (già Presidente del consiglio dell’Ordine Nazionale Forense), affiancando l’Avv. Elisabetta Turrini nella sua attività professionale approfondendo temi di ambito civile: diritto di famiglia, diritto societario, contrattualistica, recupero credito e procedure esecutive.
Dal 2012 l’Avv. Francesca Copelli è titolare di autonomo studio con competenze sia in ambito penale sia civile. Nel 2013 ha collaborato con l’Avv. Luca Cianferoni, (noto alle cronache per essere l’Avv. di Totò Riina) che ne apprezza le capacità oratorie e conoscitive nell’ambito del diritto. Perciò, la vuole con sé nel processo Minotauro, che di lì a poco diventerà uno dei più importanti processi di ‘ndrangheta nel territorio Piemontese degli ultimi anni. L’Avv. Francesca Copelli, insieme con l’Avv. Cianferoni, primeggia in tale procedimento sia per quanto riguarda le presenze allo stesso (circa 100 udienze), sia per gli interventi proposti nei confronti di alcuni super testimoni e imputati, che mettono in luce particolari fondamentali per fini processuali. Terminato il Processo Minotauro, l'Avv. Francesca Copelli, ha collaborato ancora con altri Avvocati penalisti del Foro di Torino, in altri processi di 'ndrangheta dove ha assistito i colleghi nella redazione dei più svariati atti difensivi. L'Avv. Francesca Copelli ha da poco terminato di frequentare il corso di formazione denominato "donne vittime di violenza e di maltrattamenti", ed è stata inscritta nelle liste per accedere ai fondi della Regione al fine di difendere le donne oggetto di maltrattamenti senza alcun tipo di costo per loro. La stessa, al fine di mantenere un costante aggiornamento dottrinale e giurisprudenziale, ha frequentato il corso di alta formazione giuridica denominato Lexfor e il corso Nel Diritto. L'Avv. Francesca Copelli, inoltre, da sempre interessata a ciò che riguarda l'ambito cinofilo è stata nominata legale del Club Bouledogue Francese Italia (www.cbfi.it) dove svolge attività di supporto giuridico all'interno dello stesso. Ad oggi l’Avv. Francesca Copelli seppur giovanissima, ha già al novero diversi successi in ambito sia civile sia penale che le permettono di mettere a disposizione di chiunque ne avesse occorrenza le proprie conoscenze in entrambi i settori..

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Competenze

Competenze in ambito civile

Diritto di famiglia

L’avvocato Copelli è esperta di diritto di famiglia ed, in particolare, in separazioni e divorzi.

In tale ambito, data la natura delle attività che vi sono connesse, eroga ai clienti le informazioni necessarie a consentire loro la piena comprensione degli aspetti generali del caso, sia sotto il profilo economico – patrimoniale, sia al fine, più propriamente personale, di conservare l’equilibrio individuale e genitoriale anche dopo la rottura dell’unione.

Lo studio dell’Avv. Copelli agevola pertanto, se richiesto, percorsi psicologici, psicoterapeutici e di mediazione familiare, anche tramite professionisti esterni del settore (psichiatri, psicologi, terapeuti, ecc.).

Nelle fasi successive, l’Avv. Copelli persegue, quando ne ravvisi l’opportunità, il raggiungimento di condizioni consensuali ed elastiche tra le parti, di modo da garantire loro la serenità relazionale sia nei rapporti reciproci, sia nei riguardi dei figli, ed, in caso, di terzi soggetti o nuovi ambienti; di converso, quando le circostanze lo consiglino, attua la tutela degli interessi individuali del cliente, esperendo le azioni necessarie a prevenire violenze, stalking, prevaricazioni e molestie (dirette od indirette, tramite figli, genitori, etc.), all’addebito della separazione, fino al riconoscimento e risarcimento dei danni da “domestic torts” (illeciti “domestici”) patiti in conseguenza dei comportamenti altrui.

Nell’ambito delle condizioni economico – patrimoniali, attua quanto necessario alla ricostruzione dei redditi e dei patrimoni effettivi, onde, all’esito, garantire adeguati contributi nel mantenimento per i minori ed i coniugi economicamente più deboli, oltreché, se possibile, la divisione dei beni comuni, quali, principalmente, immobili.

L’Avvocato Francesca Copelli mantiene, in questo settore, il più stretto riserbo circa le notizie e problematiche di cui viene a conoscenza; in tal senso, tutela rigorosamente la privacy e la riservatezza sia all’esterno dello Studio, sia al suo interno, escludendo ogni forma di collaborazione interna, salve, naturalmente, esigenze organizzative.

Diritto minorile, tutele ed amministrazioni di sostegno

L’Avvocato Francesca Copelli tratta inoltre, le vertenze riguardanti i minori, gli anziani, i disabili ed, in genere, tutte le questioni inerenti amministrazioni di sostegno, tutele ed altri strumenti volti a garantire il futuro, la sicurezza e la serenità delle persone, ai fini della gestione economico-patrimoniale come pure delle cure, della crescita, e così via.

In tale ambito, assiste i clienti avvalendosi, se richiesto o necessario, dell’ausilio di professionisti esterni; fornisce consigli ed appoggio non solo sotto il profilo giuridico o giudiziario, ma anche personale, con partecipazione agli aspetti problematici e ricerca dei rimedi risolutivi.

Lo studio legale Copelli si occupa anche della stesura di alcuni atti quali accettazione di eredità, redazione di testamento, donazione e che di atti che riguardano l’interdizione.

Diritto societario

L’Avv. Copelli per ciò che concerne il diritto societario mette a disposizione le proprie capacità in tutto ciò che concerne la costituzione di una società , lo scioglimento , la scissione e la fusione della medesima.

In particolar modo regolamenta la formazione, gestione e scioglimento di strutture societarie, formate dall’unione di più persone od enti pubblici o societari, allo scopo di raggiungere un fine comune con la collaborazione di tutti i soci e con la messa in comune di un patrimonio.

Lo studio legale dell’Avv. Copelli si occupa indistintamente sia di problematiche che riguardano le socità di persone sia le società di capitale.

Recupero crediti

L’attività di recupero crediti è oggi una spina per le piccole e medie imprese nonché per i privati.

Lo studio dell’Avv. Copelli mette a disposizione le proprie conoscenze di diritto al fine di ottenere un pagamento di un credito, sia quando il debitore rifiuta di onorarlo sia quando si trova in momentanea difficoltà ad adempiere la sua obbligazione.

In ogni caso, prima di intraprendere la via giudiziaria (causa in tribunale con conseguente aggravio di oneri, costi e tempi), nella maggior parte dei casi, l’Avv. Copelli si prefigge l’obiettivo di tentare di risolvere il problema in via “bonaria” ottenendo un adempimento anche parziale in tempi ragionevoli.

Diritto del lavoro

Il diritto del lavoro è il complesso di norme che disciplinano il rapporto di lavoro e che tutelano oltre che l’interesse economico, anche la libertà , la dignità e la personalità del lavoratore.

L’oggetto scientifico della materia è la disciplina dei rapporti di lavoro e della relazione giuridica tra il datore di lavoro ed il lavoratore che è caratterizzata da una peculiarità rispetto alla generalità dei rapporti giuridici: se infatti dal punto di visa giuridico le parti operano formalmente sullo stesso piano di parità (entrambi, cioè sono soggetti liberi ed uguali), dal punto di vista economico, il prestatore di lavoro viene a trovarsi in una posizione di inferiorità che fa di esso il contraente più debole.

La posizione di debolezza del lavoratore discende sia dalla condizione di strutturale disoccupazione che caratterizza il mercato del lavoro (dipendenza economica), sia dal fatto di essere subordinato al potere direttivo e organizzativo del datore di lavoro 8subordinazione tecnica).

L’Avv. Copelli in tale ambito metta a disposizione di chiunque ne avesse occorrenza le proprie conoscenze al fine di di tutelare il lavoratore, attenuando gli effetti più deleteri della subordinazione ed assicurando, nei rapporti con il datore di lavoro, il rispetto e la promozione delle condizioni economiche e della sua libertà e personalità.

Successione

La successione a causa di morte (nota anche come successione mortis causa) è l’istituto giuridico in virtù del quale uno o più soggetti subentrano nella titolarità di un patrimonio o di singoli diritti patrimoniali al precedente titolare, il de cuius, a seguito della morte di quest’ultimo.

L’Avv. Copelli si prefigge l’obiettivo di seguire passo, passo i propri clienti affinché possano entrare in possesso legittimamente della propria porzione di eredità.

Contratto

Il contratto è disciplinato dal codice civile all’art. 1321 il quale recita:” Il contratto è l’accordo di due o più parti per costituire, regolare o estinguere tra loro un rapporto giuridico patrimoniale”.

L’Avv. Copelli da sempre segue i propri clienti cercando di stipulare insieme ad essi un contratto atto alle esigenze di ciascuno cercando di tutelare i propri assistiti da eventuali clausole vessatorie seguendo il proprio cliente in tutte le fasi della costituzione del contratto.

Sfratto

L’attività dello studio legale Copelli comprende anche la

Comprende la procedura per ottenere il rilascio di un bene immobile.

L’articolo 657 c.p.c. introduce due distinte procedure: la prima (licenza) azionabile prima della scadenza del termine del contratto, la seconda (sfratto) azionabile dopo tale momento.

L’Avv. si pone l’obiettivo di far rientrare nel minor tempo possibile il proprietario nel pieno possesso del proprio immobile.

Competenze in ambito penale

Competenze in ambito penale

SezioneReati associativi

processoMinotauro

Fino al 1982, per far fronte ai delitti di mafia, si faceva ricorso all’art. 416 c.p.(associazione per delinquere), ma tale fattispecie risultò ben presto inefficace di fronte alla vastità e alle dimensioni del fenomeno mafioso, e le sue manifestazioni tipiche.

Tra le finalità perseguite dai soggetti uniti dal vincolo associativo ve n’erano anche di lecite, e ciò costituì il più grande limite all’applicazione dell’art. 416 del codice penale.

Il 3 settembre 1982, l’uccisione del generale Dalla Chiesa e la successiva reazione di sdegno da parte dell’opinione pubblica, portò lo Stato nel giro di venti giorni a formulare e introdurre l’art. 416-bis, con la legge n. 646 del 13 settembre 1982, (detta “Rognoni-La Torre” dal nome dei promotori), dando così la propria risposta al grave fatto di sangue e cercando così di perseguire in modo più incisivo ed efficace il dilagare del fenomeno mafioso.

L’Avv. Francesca Copelli offre a coloro che si rivolgeranno al suo studio una difesa efficace e puntigliosa.

Ad oggi l’Avv. Francesca Copelli è impegnata nella difesa al processo “MINOTAURO” insieme all’Avvocato Cianferoni):

Diritto penale minorile

L’Avvocato Francesca Copelli tratta inoltre, le vertenze riguardanti i minori, gli anziani, i disabili ed, in genere, tutte le questioni inerenti amministrazioni di sostegno, tutele ed altri strumenti volti a garantire il futuro, la sicurezza e la serenità delle persone, ai fini della gestione economico-patrimoniale come pure delle cure, della crescita, e così via.

In tale ambito, assiste i clienti avvalendosi, se richiesto o necessario, dell’ausilio di professionisti esterni; fornisce consigli ed appoggio non solo sotto il profilo giuridico o giudiziario, ma anche personale, con partecipazione agli aspetti problematici e ricerca dei rimedi risolutivi.

Lo studio legale Copelli si occupa anche della stesura di alcuni atti quali accettazione di eredità, redazione di testamento, donazione e che di atti che riguardano l’interdizione.

Diritto contro il sentimento degli animali

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Da sempre appassionata di animali l’Avv. Francesca COPELLI è specializzata nei:

“delitti contro il sentimento degli animali“
(ex art. 544 bis c.p. e 544 ter c.p.),

una materia nuova se si considera normata solo dal 2004 con l’introduzione della normativa n. 189 del 2004 che ha permesso anche agli animali di essere in qualche modo tutelati dalla Legge.

Lo studio legale dell’Avv. Francesca Copelli, si pone l’obiettivo per tutti coloro che ne avessero occorrenza, di intervenire in caso di maltrattamenti e traffico illecito di animali.

Stalking

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L’Avv. Copelli per ciò che concerne il diritto societario mette a disposizione le proprie capacità in tutto ciò che concerne la costituzione di una società , lo scioglimento , la scissione e la fusione della medesima.

In particolar modo regolamenta la formazione, gestione e scioglimento di strutture societarie, formate dall’unione di più persone od enti pubblici o societari, allo scopo di raggiungere un fine comune con la collaborazione di tutti i soci e con la messa in comune di un patrimonio.

Lo studio legale dell’Avv. Copelli si occupa indistintamente sia di problematiche che riguardano le socità di persone sia le società di capitale.

Blog

Perdita dell’animale d’affezione-danno non patrimoniale-nuovi orientamenti giurisprudenziali-

 

Il Tribunale di Vicenza con la sentenza n. 24/2017 arriva a stabilire che “la perdita dell’animale d’affezione va risarcito”!

Secondo il Tribunale vicentino, il danno non patrimoniale legato alla perdita dell’animale d’affezione rappresenta difatti un diritto inviolabile tutelato attraverso l’aggancio all’art. 2 della costituzione, trattandosi, sempre più spesso di un vero e proprio “membro della famiglia”.

Entrando nel merito della vicenda una clinica veterinaria dopo aver operato un cane lo stesso veniva smarrito.

Il cane in questione difatti era uscito dalla struttura e non è mai stato ritrovato, nonostante le approfondite ricerche e la denuncia di smarrimento.

La fuga e la presumibile morte dell’animale viste le condizioni di salute erano responsabilità della clinica.

Si tratta difatti di omessa sorveglianza e negligenza del personale che ha fatto sì che l’animale uscisse dalla porta aperta mentre era in corso una pulizia della cuccia.

Da qui l’istanza, da parte dei proprietari, volta a convenire in giudizio la clinica affinché venisse condannata al risarcimento di tutti danni patrimoniali (per la pubblicazione degli annunci di smarrimento) e non patrimoniali patiti in conseguenza della perdita del loro animale d’affezione.

Secondo gli attori, la fuga e la presumibile morte del cane (stante le sue precarie condizioni di salute legata all’intervento chirurgico appena effettuato) erano da ricondurre all’omessa vigilanza e negligenza del personale di turno preposto alla custodia dell’animale, che era stato lasciato libero di circolare all’interno dei locali dell’ambulatorio durante la pulizia della cuccia, uscendo poi dalla porta d’ingresso rimasta aperta.

Per il tribunale sussiste l’inadempimento del contratto d’opera professionale con cui la clinica si era impegnata, non solo, lo svolgimento dell’intervento chirurgico, ma porre in essere le successive cure postoperatorie provvedendo alla custodia e alla sorveglianza dell’animale durante la degenza, apprestando tutte le misure e gli accorgimenti necessari a evitarne la fuga.

Confermata la responsabilità della clinica per l’evento dannoso ex articolo 1228 CC, il giudice vicentino sposta la sua attenzione sull’individuazione e quantificazione dei danni ritenendo, non solo, che sussista un pregiudizio patrimoniale, ma anche un danno non patrimoniale (nella specie un danno morale risarcibile ex articolo 2059 c.c.) provocato dalla morte dell’animale d’affezione, nonostante il contrario indirizzo giurisprudenziale avallato dalle sezioni unite del 2008.

Sempre più numerose pronunce della giurisprudenza di merito, evidenzia il giudicante, propongono un cambiamento della decisione del supremo collegio elevando al rango di diritto inviolabile ex art. 2cost. la tutela dell’animale d’affezione, anche sulla scorta dei recenti interventi legislativi (ad esempio L.189/2004) tendenti ad assicurare speciale protezione agli animali mediante lo strumentario repressivo penalistico.

Il rapporto con gli animali domestici, si legge in sentenza, “non può essere paragonato a quello con una cosa, trattandosi di una relazione con esseri viventi prevalentemente fonti di compagnia e nella maggior parte dei casi, considerati dai loro padroni come “membri della famiglia”.

Non può, pertanto, essere condiviso nell’attuale mutato contesto sociale l’orientamento che considera privo di copertura costituzionale rapporto d’affetto tra uomo e animale, non potendosi dubitare del fatto che molte ipotesi di detto rapporto si inserisce una di quelle attività realizzatrice della persona che la costituzione tutela l’articolo 2.

Alla luce di tali considerazioni, il tribunale ritiene di dover aderire all’indirizzo giurisprudenziale favorevole al risarcimento del danno non patrimoniale per la perdita dell’animale d’affezione, anche al di fuori dei casi di danno conseguente reato, nel caso di specie quantificato in € 3500,00 oltre interessi.

Sentenza del tribunale di Vicenza n. 24 del 2017

ANIMALI IN CONDOMINIO E POSSIBILE DISTURBO ARRECATO A SOGGETTI TERZI.

Argomento assai dibattuto è la presenza dei nostri amici a quattro zampe in condominio, e se essa possa in qualche modo essere vietata da regolamenti condominiali.

Importante è anche stabilire se l’eventuale disturbo degli animali possa in qualche modo arrecare danno ai soggetti terzi.

Vediamo nel dettaglio cosa suggerisce il nostro codice civile in merito agli argomenti summenzionati.

Art. 844 c.c. riguardante le immissioni.

“Il proprietario di un fondo non può impedire le immissioni di fumo o di calore, le esalazioni, i rumori, gli scuotimenti e simili propagazioni derivanti dal fondo del vicino, se non superano la normale tollerabilità, avuto anche riguardo alle condizioni dei luoghi.”

Nell’applicare questa norma l’autorità giudiziaria deve contemperare le esigenze della produzione con le ragioni della proprietà. Può tener conto della priorità di un determinato uso.

Altro articolo riguardante la fattispecie suindicata è il 1102 c.c.- uso della cosa comune-.

Ciascun partecipante può servirsi della cosa comune, purché non e altri la destinazione e non impedisca agli altri partecipanti di farne parimenti uso secondo il loro diritto.

A tal fine può apportare a proprie spese le modificazioni necessarie per il miglior godimento della cosa.

Il partecipante non può estendere il suo diritto sulla cosa comune in danno degli altri partecipanti, se non compie atti idonei a mutare il titolo del suo possesso”.

Articolo 1138 c.c. –regolamento di condominio-.

Quando in un edificio il numero dei condomini è superiore a 10, deve essere formato un regolamento, il quale contenga le norme circa l’uso delle cose comuni e la ripartizione delle spese, secondo i diritti e gli obblighi spettanti a ciascun condomino, nonché le norme per la tutela del decoro dell’edificio e quelle relative all’amministrazione.[…]”.

“Le norme del regolamento non possono vietare di possedere detenere animali domestici”.

Interessante è l’ultimo comma dell’articolo 1138 c.c., introdotto nel 2012, il quale riconosce ancora una volta l’estremo rilievo del rapporto affettivo con gli animali, riconoscendo e tutelando il diritto alla coabitazione con gli stessi.

Prima ancora di tale introduzione la Cassazione, con sentenza n. 3705/2011, aveva chiarito che il divieto di detenere animali all’interno di appartamenti di un edificio condominiale non poteva essere contenuto in regolamenti ordinari.

Questi, infatti, non possono imporre limitazioni al diritto di proprietà dei condomini sulle porzioni del fabbricato loro appartenenti in esclusiva.

A seguito della riforma del 2012 si è sviluppato un acceso dibattito circa l’applicabilità della norma ai regolamenti contrattuali antecedenti.

Non appare convincente la tesi che ritiene la norma applicabile solo ai regolamenti approvati a seguito della sua entrata in vigore: infatti, come chiarito anche dalla sentenza della Cassazione n. 5052/2001, la norma sopravvenuta priva semplicemente il rapporto della capacità di produrre effetti ulteriori.

In considerazione del rilievo che il legislatore ha voluto riconoscere al rapporto affettivo con gli animali d’affezione, anche ulteriori clausole limitatrici inserite in differenti tipi di contratti, come ad esempio il contratto di locazione, appaiono illegittime.

Infatti, l’articolo 1322 c.c. afferma che, le parti possono liberamente determinare il contenuto del contratto purché esso sia indirizzato a realizzare interessi meritevoli di tutela.

Il diritto di sviluppare un rapporto affettivo con un animale risulta, alla luce delle evoluzioni legislative e giurisprudenziali, italiane ed europee, un interesse superiore alla volontà di impedire eventuali danni alla propria proprietà ben potendo il locatore tutelarsi semplicemente inserendo l’obbligo di stipulare un’assicurazione nei confronti del cosiddetto rischio locativo.

La riforma del 2012 ha ovviamente influito anche sulla disciplina relativa all’utilizzo delle parti comuni: appare ormai incontestabile il diritto del loro utilizzo da parte dei detentori di animali in compagnia degli stessi.

Sul punto, la Cassazione aveva già chiarito, con sentenza n. 14353/2000, che gli animali vanno comunque condotti nelle parti comuni adottando le cautele richieste dall’ordinario criterio di prudenza.

In caso contrario, si potrebbe assistere a una limitazione non consentita del pari diritto degli altri condomini sui medesimi spazi.

Per quanto concerne, invece, le possibili molestie agli altri condomini derivanti dalle immissioni di natura acustica, come ad esempio l’abbaio, la Cassazione n. 7856/2008 ha stabilito che la natura del cane non può essere coartata al punto tale da impedirgli del tutto di abbaiare.

Occorrerà dunque dimostrare che tali immissioni superano la soglia della normale tollerabilità, come ad esempio in caso di abbaio continua e ininterrotto durante l’orario notturno.

A proposito di tal questione sono interessanti due:

  • Cassazioni la n. 7856/2008 di cui si riporta la massima: “episodi saltuari di disturbo arrecati dall’abbaiare del cane, come ad esempio al suono del campanello o alla salita dell’ascensore, in violazione del regolamento condominiale, non impongono ai proprietari di coartare la natura dell’animale a tal punto fino ad impedirgli di abbaiare del tutto”.

 e

  • Cassazione N. 3705/2011: “il divieto di tenere negli appartamenti comuni animali domestici non può essere contenuto negli ordinari regolamenti condominiali, approvati dalla maggioranza dei partecipanti, non potendo detti regolamenti importare limitazioni della facoltà comprese nel diritto di proprietà dei condomini sulle porzioni del fabbricato appartenenti ad essi individualmente in esclusiva”.

POSSO ENTRARE?

La spinosa questione che si presenta per i proprietari di animali di affezione  da un po’ di tempo a questa parte è la  seguente: posso entrare con il mio Amico a quattro zampe nei locali pubblici?
La legge italiana sugli animali d’affezione è molto controversa e l’ingresso nei locali pubblici è la parte più problematica giacché la meno chiara…

La normativa vigente in materia di igiene e sanità vieta, infatti, l’ingresso agli animali in luoghi in cui si preparano cibi e bevande.

Si fa quindi espresso riferimento a cucine o altri luoghi atti alla preparazione.

Per quel che attiene invece i luoghi in cui i cibi e le bevande si somministrano (quindi bar, ristoranti, ecc.), la normativa fa riferimento al Regolamento di Polizia Veterinaria D.P.R. n. 320 del 1954.

Secondo tale normativa è fatto obbligo di utilizzare museruola e guinzaglio per i cani condotti nei locali pubblici e nei pubblici mezzi di trasporto.

L’art. 83 del menzionato decreto asserisce che chiunque voglia far entrare il proprio cane in un ristorante o bar dovrà provvedere ad adempiere ad ogni misura di precauzione (museruola e guinzaglio) al fine di non cagionare pericoli per gli altri clienti del locale.

Il proprietario del locale può, però, vietare l’ingresso ad animali sporchi o maleodoranti oppure può invitare il proprietario dell’animale ad uscire dal ristorante se ad esempio, l’animale infastidisce gli altri clienti.
Vi sono però leggi regionali e regolamenti comunali che demandano la facoltà di decidere su cosa fare al gestore del locale pubblico.

Occorre pertanto, tenere presente, che quasi ogni Comune ha provveduto a regolamentare autonomamente la materia ed è necessario  fare riferimento al regolamento specifico del luogo in cui ci si trova.

Ed infatti, proprio grazie a recenti ordinanze di alcune grandi città dove maggiormente è sentito il problema, il tema è tornato alla ribalta.
Il Comune di Varese, ad esempio, ha fissato un principio negativo secondo il quale gli animali potranno entrare solo nei negozi dove sono espressamente accettati, con una vetrofania o un cartello, ma niente pubblici esercizi, perché per i gestori di locali pubblici il divieto è totale.

Le norme, ovviamente, non valgono per i cani addestrati per il sevizio ai disabili: ma per tutti gli altri la sanzione prevista è dai 25 ai 500 euro, ed è a carico del gestore dell’esercizio pubblico.

A Torino, invece, con un’evidente inversione del principio varesino, si assiste alla rivincita di cani e gatti per i quali bar e ristoranti non sono più proibiti.

Per tenere gli animali fuori dalla porta del ristorante, del negozio o di un qualsiasi ufficio aperto al pubblico a Torino si dovrà chiedere l’autorizzazione al Comune.

E si dovrà spiegare all’ufficio tutela animali che esistono validi motivi igienici e sanitari per mantenere il divieto e il cartello all’ingresso.

A parte gli esempi estremi ed opposti di queste due città, un po’ ovunque si è scelto di consentire agli animali domestici la piena libertà di movimento: a Bologna dal 2009 cani e gatti possono entrare in tutti i locali pubblici, ristoranti compresi, ma i titolari possono,a loro discrezione, esporre il cartello che vieta l’ingresso; rimangono off-limits per gli amici a quattro zampe i negozi alimentari e i supermercati.

Stesso limite a Napoli; a Palermo decidono i proprietari dei locali; anche a Firenze gli animali possono entrare e gli avvisi non hanno valore, se non come un invito a rimanere fuori.

Milano è molto più rigida si preferisce tutelare la libertà dei negozianti a gestire gli spazi.

Quindi, a parte i cinema e i teatri, gli animali possono entrare ovunque (compresi bar e ristoranti), a meno che il gestore non ne faccia espresso divieto apponendo un apposito cartello ben visibile all’entrata, in mancanza, è passibile di ammenda.

Pertanto la linea guida resta questa, salvo ordinanze comunali precise come quelle di Varese e Torino, la cui legittimità non è stata ancora confermata.

Infatti, l’ANCI, Associazione nazionale Comuni Italiani, ha di recente ribadito, riferendosi al D.P.R. 320/54, che vietare l’ingresso ai cani nei locali pubblici e quindi negli esercizi commerciali è illegale.

Pertanto, consiglio a tutti i proprietari di animali di consultare il Comune di appartenenza ed assicurarsi se nei locali esiste un esplicito divieto.

CANI IN SPIAGGIA

 

Come ogni anno in questo periodo si ripropone il problema, per noi proprietari di animali, dell’accesso o meno dei nostri piccoli Amici a quattro zampe all’interno delle strutture balneari.

Di recente è intervenuto nuovamente il Tar della Toscana con sentenza numero 1276/16 decretando l’addio al divieto tout court all’accesso alle zone balneari per i nostri Amici a quattro zampe.

Con tale sentenza infatti è stato accolto il ricorso dell’associazione ambientalista la quale chiedeva che venisse configurata l’illegittimità del provvedimento emesso dal sindaco di una Cittadina della costiera.

In particolare l’associazione lamentava, la violazione della legge regionale n. 59/2009, che, all’articolo 19 stabilisce che “ai cani accompagnati dal proprietario o da altro detentore è consentito l’accesso a tutte le aree pubbliche e di uso pubblico, compresi i giardini, i parchi e le spiagge; in tali luoghi, è obbligatorio l’uso del guinzaglio e della museruola qualora previsto dalle norme statali”.

L’articolo 20 della medesima legge dispone inoltre che, “i comuni possono, nell’ambito di giardini, parchi, spiagge ed altre aree destinate a verde pubblico, individuare, mediante appositi cartelli e delimitazioni, spazi destinati ai cani, dotati anche delle opportune attrezzature”.

Secondo l’Associazione l’ordinanza avrebbe violato anche il principio di proporzionalità poiché “l’autorità comunale avrebbe dovuto individuare le misure comportamentali ritenute più adeguate, piuttosto che imporre un divieto assoluto di accesso alle spiagge, il quale incide anche sulla libertà dei proprietari dei cani”.

Il T.A.R. ha effettivamente ritenuto fondato il ricorso accogliendo le argomentazioni proposte dalla ricorrente.

Il giudice amministrativo ha convenuto che deve ritenersi illegittimo il divieto generalizzato di accesso degli animali sulle spiagge, quanto meno laddove il provvedimento che lo impone non preveda contestualmente l’individuazione di idonei spazi riservati.

Il Tribunale ha inoltre, confermato la violazione del principio di proporzionalità, “che impone alla pubblica amministrazione di optare, tra più possibili scelte ugualmente idonee al raggiungimento del pubblico interesse, per quella meno gravosa per i destinatari incisi dal provvedimento, onde evitare agli stessi ‘inutili’ sacrifici”.

La scelta di vietare l’ingresso agli animali sulle spiagge destinate alla libera balneazione, nello specifico, “risulta irragionevole ed illogica, oltre che irrazionale e sproporzionata”; l’amministrazione avrebbe dovuto valutare la possibilità di perseguire le finalità pubbliche del decoro, dell’igiene e della sicurezza mediante regole alternative al divieto assoluto di frequentazione delle spiagge, “ad esempio valutando se limitare l’accesso in determinati orari, o individuare aree adibite anche all’accesso degli animali, con l’individuazione delle aree viceversa interdette al loro accesso”.

Il divieto riguardava le spiagge libere e non agli arenili demaniali in concessione.

Con tale sentenza si è ribadito il principio tale per cui le amministrazioni comunali devono sempre prevedere zone riservate ai cani sulle proprie spiagge.

Pertanto, il divieto generalizzato di portare i cani in spiaggia, infatti, è illegittimo giacchè l’amministrazione comunale è tenuta quantomeno, nel rispetto del principio di proporzionalità, all’individuazione di spazi idonei riservati.

Di seguito la sentenza integrale:

 

N. 01276/2016 REG.PROV.COLL.

N. 00926/2016 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Toscana

(Sezione Seconda)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

ex art. 60 cod. proc. amm.;
sul ricorso numero di registro generale 926 del 2016, proposto da:
Presidente Associazione Earth Coppola Valentina, rappresentata e difesa dall’avvocato Massimo Rizzato C.F. RZZMSM75E09L840X, con domicilio eletto presso Segreteria T.A.R. in Firenze, via Ricasoli 40;

contro

Comune di Monte Argentario, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dall’avvocato Leonardo Piochi C.F. PCHLRD68M03I726E, con domicilio eletto presso Luca Alberto Arinci in Firenze, piazza Cesare Beccaria, 7;

per l’annullamento

dell’ordinanza sindacale n. 130 del 12.05.2016 emessa dal Comune di Monte Argentario (GR), limitatamente all’art. 2, comma 8, nella parte in cui vieta ai conduttori di animali di poter accedere alle spiagge durante la stagione balneare per l’intera giornata (dalle ore 08.00 alle ore 20.00);

 

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio di Comune di Monte Argentario;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nella camera di consiglio del giorno 12 luglio 2016 il dott. Saverio Romano e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Sentite le stesse parti ai sensi dell’art. 60 cod. proc. amm.;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

FATTO e DIRITTO

1 – Con ordinanza n. 130 del 12 maggio 2015, il Sindaco di Monte Argentario, nel disciplinare la stagione balneare compresa tra il 1° maggio ed il 30 settembre 2016, all’art. 2 (“Prescrizione sull’uso delle spiagge”), dedicato alle “spiagge del Comune di Monte Argentario, così come individuate nelle cartografie ufficiali”, ha vietato di “condurre e far permanere qualsiasi tipo d’animale, anche sorvegliato e munito di regolare museruola, nei giorni di sabato e domenica fino al 3 maggio 2016 e dalle ore 08.00 alle ore 20.00 tutti i giorni dal 01 giugno per tutta la durata della stagione balneare fino alla data del 30 settembre 2016”;

Avverso il provvedimento impugnato l’Associazione Earth, nella persona del legale rappresentante, premesso di essere stata riconosciuta dal Ministero dell’Ambiente e di avere interesse all’annullamento dell’atto sindacale, ha dedotto i seguenti motivi: eccesso di potere per irragionevolezza e violazione ella L.R. n. 59/2009; violazione del principio di proporzionalità; violazione degli artt. 3 e 16 Costituzione; in particolare, la ricorrente ha sostenuto che: il divieto di condurre gli animali in spiaggia, anche laddove siano provvisti di guinzaglio e museruola, eccetto che nelle ore notturne (dalle 20.00 alle 08.00) e negli stabilimenti balneari in cui i concessionari abbiano creato delle apposite zone riservate ed ottenuto l’autorizzazione del Comune, contrasta con gli artt. 19, comma 1, 20 comma 1 e 22 comma 1 della legge regionale n. 59 del 2009; l’ordinanza impugnata viola anche il principio di proporzionalità alla luce della giurisprudenza richiamata, poiché l’autorità comunale avrebbe dovuto individuare le misure comportamentali ritenute più adeguate, piuttosto che imporre un divieto assoluto di accesso alle spiagge, il quale incide anche sulla libertà dei proprietari dei cani.

Costituitosi in giudizio, il Comune di Monte Argentario ha preliminarmente eccepito l’inammissibilità del ricorso per carenza di legittimazione attiva dell’Associazione ricorrente e per mancata prova della qualità di Presidente della stessa da parte della sig.ra Valentina Coppola; nel merito, ha chiesto il rigetto di tutte le domande proposte.

Alla camera di consiglio fissata per la trattazione della domanda cautelare, sussistendone i presupposti, previo avviso alle parti, la causa è stata trattenuta in decisione.

2 – Va, preliminarmente, disattesa l’eccezione di inammissibilità per difetto di legittimazione attiva della ricorrente, sollevata dal Comune intimato.

Come recentemente – quanto condivisibilmente – affermato dalla sezione II-bis del T.A.R. del Lazio (cfr. sentenza 17 maggio 2016 n. 5836) nonché dalla Sezione staccata di Reggio Calabria del T.A.R. della Calabria (cfr. sentenza 23 giugno 2016 n. 725) su vicenda processuale promossa dall’odierna ricorrente, “l’Associazione HEART, alla luce dello scopo statutariamente perseguito, può invero insorgere, avendone la legittimazione, avverso atti che siano ritenuti – in astratto – in contrasto con il benessere e gli interessi degli animali, incidendo l’eventuale effettiva lesione di tali interessi, tutelati statutariamente dall’associazione ricorrente, unicamente sull’eventuale infondatezza del ricorso, ma non sui presupposti processuali per la sua proposizione.

Se, invero, per come dianzi accennato, nello statuto dell’associazione ricorrente è ricompresa, tra gli scopi perseguiti, la tutela del benessere degli animali, osserva il Collegio che, ai fini del riscontro della legittimazione ad agire, deve aversi unicamente riguardo alla astratta incidenza dei gravati atti sul bene protetto, in relazione alla connessione esistente tra contenuto degli atti impugnati e interessi perseguiti, di per sé legittimante alla relativa impugnazione, mentre la concreta lesione di tali interessi attiene alla fase della valutazione della fondatezza dell’azione quanto a legittimità di tale lesione.

La legittimazione di un’associazione va, invero, declinata sulla base della attinenza della questione al perimetro delle finalità statutarie dell’associazione, richiedendosi che gli effetti del provvedimento controverso siano suscettibili di incisione diretta sul suo scopo istituzionale, e dovendo invece ritenersi preclusa ogni iniziativa giurisdizionale sorretta dal solo interesse al corretto esercizio dei poteri amministrativi o per mere finalità di giustizia, occorrendo comunque un interesse concreto ed attuale della stessa associazione alla rimozione degli effetti pregiudizievoli prodotti dal contestato provvedimento”.

Né vale, sotto distinto profilo, riferire l’eccepita carenza di legittimazione alla natura del provvedimento impugnato, sul presupposto che un’associazione di tutela ambientale (come la ricorrente) non sia comunque legittimata ad impugnare un atto lesivo di beni giuridici diversi dal bene “ambiente”, come quello di che trattasi.

Infatti, come si evince agevolmente dallo Statuto dell’Associazione, essa intende tutelare, oltre l’ambiente in senso stretto ed il patrimonio faunistico, anche il benessere degli animali nonché quello di qualsiasi persona che sia lesa dalla cattiva gestione del benessere animale (cfr. art. 2).

Tanto basta per ritenere sussistente la legittimazione al ricorso dell’odierna ricorrente anche con riferimento all’interesse dei proprietari alla corretta gestione del benessere animale.

Quanto alla contestazione della qualità, vantata dalla sig.ra Valentina Coppola, di Presidente dell’Associazione Earth, se ne rileva l’infondatezza, alla luce della sottoscrizione (quale Presidente) della copia dello Statuto Earth, versata in atti.

3 – Quanto al merito, il ricorso è fondato.

La legge regionale 20/10/2009, n. 59 prevede:“1. Ai cani accompagnati dal proprietario o da altro detentore è consentito l’accesso a tutte le aree pubbliche e di uso pubblico, compresi i giardini, i parchi e le spiagge; in tali luoghi, è obbligatorio l’uso del guinzaglio e della museruola qualora previsto dalle norme statali” (art. 19 comma 1);

“1. I comuni possono, nell’ambito di giardini, parchi, spiagge ed altre aree destinate a verde pubblico, individuare, mediante appositi cartelli e delimitazioni, spazi destinati ai cani, dotati anche delle opportune attrezzature” (art. 20, comma 1).

“1. Il responsabile deve disporre di strumenti idonei alla rimozione delle deiezioni del cane.

2. Il responsabile del cane è tenuto a raccogliere le deiezioni solide degli stessi in tutti gli spazi pubblici. Nel caso di deiezioni all’interno di locali, il responsabile del cane ha l’obbligo di pulire e di risarcire gli eventuali danni” (art. 22 commi 1 e 2).

Stante la richiamata normativa regionale, deve ritenersi illegittimo il divieto generalizzato di accesso degli animali sulle spiagge, quanto meno laddove il provvedimento che lo impone non preveda contestualmente l’individuazione di idonei spazi riservati.

Rileva, in particolare, il profilo della violazione del principio di proporzionalità, “che impone alla pubblica amministrazione di optare, tra più possibili scelte ugualmente idonee al raggiungimento del pubblico interesse, per quella meno gravosa per i destinatari incisi dal provvedimento, onde evitare agli stessi ‘inutili’ sacrifici” (atteso che “la scelta di vietare l’ingresso agli animali – e, conseguentemente, ai loro padroni o detentori – sulle spiagge destinate alla libera balneazione, risulta irragionevole ed illogica, oltre che irrazionale e sproporzionata”); ciò in quanto “la scelta di vietare l’ingresso agli animali – e, conseguentemente, ai loro padroni o detentori – sulle spiagge destinate alla libera balneazione, risulta irragionevole ed illogica, oltre che irrazionale e sproporzionata: l’amministrazione avrebbe dovuto valutare se sia possibile perseguire le finalità pubbliche del decoro, dell’igiene e della sicurezza mediante regole alternative al divieto assoluto di frequentazione delle spiagge, ad esempio valutando se limitare l’accesso in determinati orari, o individuare aree adibite anche all’accesso degli animali, con l’individuazione delle aree viceversa interdette al loro accesso” (cfr. giurisprudenza richiamata).

4 – Né può essere condivisa la tesi, sostenuta dalla difesa del Comune intimato, secondo cui il ricorso sarebbe frutto di un evidente travisamento del divieto imposto dall’amministrazione comunale, il quale non riguarderebbe le spiagge oggetto di concessione demaniale a terzi (per le quali esso non opererebbe), ma solo le spiagge libere, in considerazione della loro natura di semplici arenili, che per le loro caratteristiche dimensionali e di (difficile ) accessibilità impedirebbero la convivenza tra animali e bagnanti.

Invero, né la struttura né la lettura sistematica del provvedimento impugnato legittimano l’interpretazione che ne offre la difesa del Comune (in base alla quale il ricorso sarebbe in definitiva inammissibile per mancanza di lesione dell’interesse tutelato dalla ricorrente).

In particolare, l’interpretazione proposta non può essere basata sulla seconda parte del comma 8 dell’art. 2 (dell’atto censurato), secondo cui (dal divieto) “Sono esclusi i concessionari che hanno tuttavia facoltà……di individuare aree all’interno della concessione, debitamente attrezzate delimitate e riservate, per l’accoglienza di animali domestici…”

In primo luogo, il divieto di condurre e far permanere qualsiasi tipo d’animale, anche se munito di regolare museruola, laddove fosse limitato alle spiagge libere, avrebbe dovuto trovare collocazione nell’art. 2 bis dedicato espressamente alla “gestione ed utilizzo delle spiagge libere”.

In secondo luogo, nessuna disposizione del provvedimento impugnato collega il divieto imposto (previsto nella norma che si riferisce in generale all’uso delle spiagge) alla particolare conformazione o dimensione delle stesse.

In terzo luogo, l’ipotizzata esclusione (dal divieto di accesso degli animali) dei concessionari (ai quali è tuttavia riconosciuta la facoltà di individuare aree riservate per gli animali), contrasterebbe con l’esclusione (dal previsto divieto) dei cani guida per i non vedenti (e dei “cani brevettati dal salvataggio al guinzaglio”), che non avrebbe alcun senso ove fosse generalmente ammesso, nelle spiagge in concessione, l’acceso generalizzato per i cani.

Deve pertanto ritenersi, secondo un’interpretazione logicamente plausibile e funzionale del provvedimento, che il divieto (che vale anche per le spiagge in concessione), possa essere derogato dalla facoltà (riconosciuta ai concessionari) di istituire, previa autorizzazione del Comune (e delle autorità competenti in materia igienico-sanitaria), spazi delimitati e riservati “per l’accoglienza di animali domestici, mantenendo una distanza minima di 15 metri dalle concessioni confinanti quando presenti” (cfr. il provvedimento impugnato).

Ma, nel provvedimento in esame, tale possibilità costituisce una mera facoltà del singolo concessionario, in quanto tale insufficiente a compensare e legittimare il divieto imposto.

5 – Conclusivamente, il ricorso è fondato e va accolto con consequenziale annullamento del provvedimento impugnato.

Le spese di giudizio, attesa la non univoca giurisprudenza in materia, possono essere compensate tra le parti.

In merito all’istanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato, reiterata al giudice competente per il giudizio ai sensi dell’art. 126 del D.P.R. n. 115/2012, alla luce della nuova documentazione prodotta dall’Associazione ricorrente (cfr. copia bilancio 2015 contenente la situazione patrimoniale), deve essere accolta, con ammissione al beneficio richiesto e conseguente liquidazione del compenso al difensore, ai sensi dell’art. 82 del D.P.R. n. 115/2002, nella misura di cui in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Toscana (Sezione Seconda)

definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e per l’effetto annulla il provvedimento impugnato.

Compensa le spese tra le parti.

Ammette l’Associazione ricorrente al patrocinio a spese dello Stato e liquida, a favore dell’avv. Massimo Rizzato, a titolo di compenso, la somma di euro 1.000,00 (mille), oltre Iva e c.p.a.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Firenze nella camera di consiglio del giorno 12 luglio 2016 con l’intervento dei magistrati:

Saverio Romano, Presidente, Estensore

Luigi Viola, Consigliere

Alessandro Cacciari, Consigliere

IL PRESIDENTE, ESTENSORE
Saverio Romano

IL SEGRETARIO

 

IN MACCHINA CON FIDO

 

Per il trasporto in auto dei nostri Amici a quattro zampe nel nostro Paese vigono delle regole ben precise  con annesse multe qualora non si rispettino le normative.

In particolare per ciò che concerne le sanzioni si può incorrere in multe che oscillano tra i 68, 50 (sessantotto euro e cinquanta centesimi) fino ai 275,10 (duecentosettantacinque euro e dieci centesimi).

Alla multa si aggiunge anche il decurtamento di 1 punto dalla patente di guida (se del guidatore o del padrone, nel caso in cui non coincidano, non è dato sapere).

E’ bene dunque, prima di metterci alla guida con il nostro fedele amico, dare uno sguardo al codice della strada il quale all’art. 169 recita quanto segue:“(…) è vietato il trasporto di animali domestici in numero superiore a uno e comunque in condizioni da costituire impedimento o pericolo per la guida. È consentito il trasporto di soli animali domestici, anche in numero superiore, purché custoditi in apposita gabbia o contenitore o nel vano posteriore al posto di guida appositamente diviso da rete od altro analogo mezzo idoneo che, se installati in via permanente, devono essere autorizzati dal competente ufficio provinciale della Direzione generale della M.C.T.C.“

Un altro  aspetto da non sottovalutare quando si trasposrta un animale domestico in auto è sapere come comportarsi con esso.

In particolare in questo caso è opportuno,qualora si  trasporti un solo animale domestico (sui sedili posteriori o nel bagagliaio) assicurarsi che non disturbi la guida e non limiti la visuale del guidatore.

E’ possibile comunque oggi  dotarsi di cintura di sicurezza per animali, in vendita nei negozi dedicati.

Ovvio che un animale di grosse dimensioni costituisce un disturbo e un potenziale pericolo maggiore rispetto alle taglio medio/piccole.

Ma è altrettanto chiaro che un animale lasciato libero nell’abitacolo costituisce sempre un pericolo: vuoi una frenata improvvisa o una distrazione per rischiare di mettere a repentaglio la nostra vita, quella del nostro amico a quattro zampe e quella di eventuali passanti.

Per quanto riguarda  invece  il trasporto di più animali domestici all’interno dell’abitacolo di un’autovettura le normative ci suggeriscono che ciò è possibile a patto che si rispettino le seguenti indicazioni:

  • siano sistemati in apposite gabbie o contenitori,
  • che stiano sui sedili posteriori e che l’auto sia dotata di rete divisoria.

Nel caso si utilizzi il cosiddetto trasportino è da preferire in plastica piuttosto che in ferro, per evitare che i nostri amici si possano far male durante il viaggio.

Il trasportino è l’unico mezzo di trasporto sensato, ammesso e ammissibile per i gatti.

E’ buona regola mettere il nostro amico a quattro zampe, o chi per lui, in condizione di abituarsi per tempo a viaggiare chiuso in uno spazio risicato.

Poi è anche necessario fissare il contenitore in modo stabile e sicuro per evitare lesioni in caso di incidente o eccessiva agitazione dell’animale durante il viaggio.

Inoltre, utilizzare il Kennel (ovvero il trasportino detto in gergo tecnico) serve anche a limitare la visione del paesaggio in movimento, una delle principali cause di stati di agitazione e ansia per i nostri amici: stati che risultano ridimensionati dall’effetto tana che il trasportino riesce a dare a Fido & Co.

Nel caso si utilizzi la rete divisoria, il nostro amico fedele avrà a disposizione uno spazio più ampio e probabilmente tanto basterà per farlo viaggiare in piena serenità e senza alcun tipo di disturbo, ma ancora una volta il buon senso ci dice che dovremmo anche assicurarlo all’auto con la cintura di sicurezza dedicata.

E ovviamente, oltre le regole del Codice della Strada, ricordiamoci anche di:

  • avere con te i documenti del cane
  • portare acqua a sufficienza per dissetare Fido (soprattutto nel caso di viaggi lunghi)
  • evitare di somministrare del cibo prima della partenza
  • assicurare un ricircolo d’aria (non quella condizionata!) in auto
  • prevedere delle fermate per far sgranchire le zampe ai nostri amici (soprattutto se costretti nei trasportini).

 

 

COMMERCIALIZZAZIONE DEI CANI DI RAZZA

Le normative inerenti il commercio, il trasporto, la vendita e l’iscrizione nei registri anagrafici sono purtroppo ad oggi assai limitate.

Tra quelle comunque interessanti che riguardano l’iscrizione dei nostri Amici a quattro zampe nei registri delle anagrafi di competenza territoriale vi è il Decreto Legislativo n. 529 del 30 dicembre 1992 nonché la direttiva Europea n. 91/174/CEE inerente alle condizioni zootecniche e genealogiche che disciplinano la commercializzazione degli animali di razza .

Tale Decreto norma in merito giustappunto alle iscrizioni dei nostri animali presso i libri genealogici ed i  registri  anagrafici, inoltre detta alcune disposizioni in merito alla riproduzione e al commercio degli animali.

Il predetto decreto difatti specifica innanzitutto all’art. 2 che:  “I libri genealogici ed i  registri  anagrafici  sono  istituiti, previa approvazione con decreto del Ministro dell’agricoltura e delle foreste, dalle associazioni nazionali di allevatori di  specie  o  di razza, di cui all’art. 1, lettere a) e  b),  dotate  di  personalità giuridica ed in possesso dei requisiti  stabiliti  con  provvedimento del  Ministro  dell’agricoltura  e   delle   foreste.   Detti   libri genealogici  e  registri  anagrafici  sono  tenuti  dalle  menzionate associazioni sulla base di appositi disciplinari, approvati anch’essi con decreto del Ministro dell’agricoltura e delle foreste”.

Sempre il predetto decreto Legislativo statuisce come già anticipato ut supra anche in merito sia alla riproduzione sia commercializzazione degli animali.

In particolare il D.Lgs n. 529 in merito alla riproduzione all’art. 3 recita : “I soggetti delle specie e razze di cui all’art. 1, originari dei Paesi  membri  della  Comunità  economica europea, sono ammessi alla riproduzione, sia in  fecondazione  naturale  che  per  inseminazione artificiale,   purché  in  possesso  dei  requisiti  genealogici  ed attitudinali disciplinati dalla normativa  comunitaria…”

Per quanto concerne invece la commercializzazione degli animali il Decreto Legislativo n. 529 all’art. 5 afferma che” E’  consentita  la  commercializzazione  di animali di razza di origine nazionale e comunitaria, nonché dello sperma, degli ovuli  e degli   embrioni  dei  medesimi,  esclusivamente  con  riferimento  a soggetti iscritti ai libri genealogici o registri anagrafici, di  cui al  precedente  art.  1,  comma  1,  lettere a) e b), e che risultino accompagnati  da  apposita  certificazione  genealogica,   rilasciata dall’associazione  degli  allevatori  che  detiene  il relativo libro genealogico o il registro anagrafico…”.

  1. E’ ammessa, altresì, la commercializzazione di animali di razza originari dei Paesi terzi, per i quali il Ministro dell’agricoltura e delle foreste abbia con proprio provvedimento accertato  l’esistenza di  una  normativa almeno equivalente a quella nazionale. Alle stesse condizioni e’ ammessa  la  commercializzazione  dello  sperma,  degli ovuli  e  degli  embrioni provenienti dai detti animali originari dei Paesi terzi. Non sono ammesse condizioni più  favorevoli  di  quelle riservate agli animali di razza originari dei Paesi comunitari…”.

Ciò posto per una lettura più approfondita si riportano di seguito integralmente i testi del Decreto Legislativo n. 529 del 1992 e della direttiva europea 91/174/CEE.

DECRETO LEGISLATIVO 30 dicembre 1992, n. 529  – Attuazione  della  direttiva  91/174/CEE  relativa alle  condizioni zootecniche   e  genealogiche che disciplinano la commercializzazione

degli animali di razza.

(GU n.7 del 11-1-1993 – Suppl. Ordinario n. 5)

 

Vigente al: 26-1-1993

 

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Visti gli articoli 76 e 87 della Costituzione;

Visto l’art. 21 della legge  19  dicembre  1992,  n.  489,  recante

delega al Governo per l’attuazione  della  direttiva  91/174/CEE  del

Consiglio del 25 marzo 1991;

Vista la preliminare  deliberazione  del  Consiglio  dei  Ministri,

adottata nella riunione del 23 dicembre 1992;

Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri,  adottata  nella

riunione del 30 dicembre 1992;

Sulla proposta del Ministro per il  coordinamento  delle  politiche

comunitarie e per gli affari regionali, di concerto  con  i  Ministri

degli affari esteri, di grazia e giustizia e del tesoro;

E M A N A

il seguente decreto legislativo:

Art. 1.

  1. Il presente decreto disciplina:
  2. a) l’istituzione, per gli animali, compresi nell’elenco  di  cui

all’allegato II del Trattato  istitutivo  della  Comunità  Economica

Europea,  ed  appartenenti  a  specie  e  razze  diverse  da   quelle

regolamentate dalla legge 15 gennaio 1991, n. 30, del relativo  libro

genealogico, così come definito nell’allegato al presente decreto;

  1. b) l’istituzione, per le specie e razze autoctone  di  cui  alla

lettera a), che presentino limitata  diffusione,  per  le  quali  non

siano  istituiti  i  libri   genealogici,   del   relativo   registro

anagrafico, così come definito nell’allegato al presente decreto;

  1. c) la riproduzione dei detti animali secondo le norme stabilite,

per ciascuna razza e specie,  dai  relativi  disciplinari  dei  libri

genealogici o registri anagrafici di cui al successivo art. 2;

  1. d) la commercializzazione degli stessi animali e  dello  sperma,

degli ovuli e degli embrioni  ad  essi  relativi,  secondo  le  norme

stabilite, per ciascuna razza e specie, dai relativi disciplinari dei

libri genealogici o dei registri anagrafici, nonché sulla base della

apposita certificazione genealogica, di cui al successivo art. 5.

                               Art. 2.

  1. I libri genealogici ed i registri  anagrafici  sono  istituiti,

previa approvazione con decreto del Ministro dell’agricoltura e delle

foreste, dalle associazioni nazionali di allevatori di  specie  o  di

razza, di cui all’art. 1, lettere a) e  b),  dotate  di  personalita’

giuridica ed in possesso dei requisiti  stabiliti  con  provvedimento

del  Ministro  dell’agricoltura  e   delle   foreste.   Detti   libri

genealogici  e  registri  anagrafici  sono  tenuti  dalle  menzionate

associazioni sulla base di appositi disciplinari, approvati anch’essi

con decreto del Ministro dell’agricoltura e delle foreste.

  1. Salvo  che  il  fatto  costituisca   reato,   il   responsabile

dell’associazione nazionale a ciò preposto che  custodisce  i  libri

genealogici ed i registri anagrafici di cui al comma 1 in difformità

delle prescrizioni contenute negli appositi  disciplinari  è  punito

con la sanzione amministrativa del  pagamento  di  una  somma  da  L.

5.000.000 a L. 30.000.000.

Art. 3.

  1. I soggetti delle specie e razze di cui all’art. 1, originari dei

Paesi  membri  della  Comunità  economica europea, sono ammessi alla

riproduzione, sia in  fecondazione  naturale  che  per  inseminazione

artificiale,   purché  in  possesso  dei  requisiti  genealogici  ed

attitudinali disciplinati dalla normativa  comunitaria.  Alle  stesse

condizioni  e’  altresì  ammesso l’impiego di materiale seminale, di

ovuli ed embrioni provenienti da animali originari di tali Paesi.

  1. I soggetti delle specie e razze di cui all’art. 1,  provenienti

da  Paesi  terzi, sono ammessi alla riproduzione, sia in fecondazione

naturale che per inseminazione artificiale,  alle  stesse  condizioni

stabilite in Italia per i riproduttori delle medesime specie e razze,

purché  in  possesso  dei  requisiti  genealogici  ed  attitudinali,

stabiliti con decreto del Ministro dell’agricoltura e delle  foreste.

Alle  stesse  condizioni  è  altresì ammesso l’impiego di materiale

seminale, di ovuli ed embrioni provenienti da  animali  originari  di

detti  Paesi.  Non  sono ammesse condizioni più favorevoli di quelle

riservate ai riproduttori originari dei Paesi comunitari.

  1. Salvo che il fatto costituisca  reato,  chiunque  ammette  alla

riproduzione  animali  in violazione delle prescrizioni contenute nei

commi 1 e 2 e’ punito con la sanzione amministrativa del pagamento di

una somma da L. 10.000.000 a L. 60.000.000.

                               Art. 4.

  1. Il  Ministero  dell’agricoltura  e  delle  foreste,  su  parere

dell’Istituto sperimentale per la zootecnia, può autorizzare,  anche

in  deroga  a quanto stabilito nell’art. 1, comma 1, lettera c) e nei

libri  genealogici  o  nei  registri  anagrafici  ad  essi  relativi,

l’impiego  di  riproduttori  e di materiale di riproduzione a fini di

ricerca e di sperimentazione.

                               Art. 5.

  1. E’  consentita  la  commercializzazione  di animali di razza di

origine nazionale e comunitaria, nonché dello sperma, degli ovuli  e

degli   embrioni  dei  medesimi,  esclusivamente  con  riferimento  a

soggetti iscritti ai libri genealogici o registri anagrafici, di  cui

al  precedente  art.  1,  comma  1,  lettere a) e b), e che risultino

accompagnati  da  apposita  certificazione  genealogica,   rilasciata

dall’associazione  degli  allevatori  che  detiene  il relativo libro

genealogico o il registro anagrafico.

  1. E’ ammessa, altresì, la commercializzazione di animali di razza

originari dei Paesi terzi, per i quali il Ministro dell’agricoltura e

delle foreste abbia con proprio provvedimento  accertato  l’esistenza

di  una  normativa almeno equivalente a quella nazionale. Alle stesse

condizioni e’ ammessa  la  commercializzazione  dello  sperma,  degli

ovuli  e  degli  embrioni provenienti dai detti animali originari dei

Paesi terzi. Non sono ammesse condizioni più  favorevoli  di  quelle

riservate agli animali di razza originari dei Paesi comunitari.

  1. Salvo  che  il fatto costituisca reato, chiunque commercializza

gli animali indicati nei commi 1 e 2 in violazione delle prescrizioni

ivi contenute e’ punito con la sanzione amministrativa del  pagamento

di una somma da L. 10.000.000 a L. 60.000.000.

                               Art. 6.

  1. I disciplinari di cui all’art. 2 attualmente vigenti in materia

di  istituzione  e  tenuta  dei  libri  genealogici  e  dei  registri

anagrafici, sono modificati in conformità alla normativa comunitaria

ed alle disposizioni di cui al presente decreto.

  1. Con decreto del Ministro dell’agricoltura  e  delle  foreste  si

provvederà al recepimento  della  normativa  tecnica  emanata  dalla

Comunità  economica  europea   in   applicazione   della   direttiva

91/174/CEE.

Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sarà inserito

nella  Raccolta  ufficiale  degli  atti  normativi  della  Repubblica

italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo

osservare.

Dato a Roma, addi’ 30 dicembre 1992- SCALFARO, AMATO, Presidente del Consiglio dei  Ministri COSTA, Ministro per il coordinamento delle politiche comunitarie COLOMBO, Ministro degli affari esteri MARTELLI, Ministro di grazia e giustizia BARUCCI, Ministro del tesoro Visto, il Guardasigilli: MARTELLI

ALLEGATO

Libro genealogico.

  • Per il  libro  genealogico  si  intende  il   libro   tenuto   da un’associazione  nazionale  di  allevatori  dotata  di   personalità giuridica o da un ente di diritto pubblico, in cui sono iscritti  gli animali riproduttori di una determinata razza con  l’indicazione  dei loro ascendenti e delle prestazioni riproduttive e produttive.

Registro anagrafico.

  • Per registro  anagrafico  si  intende  il  registro   tenuto   da un’associazione  nazionale  di  allevatori  dotata  di   personalità giuridica o da un ente di diritto pubblico, in cui sono annotati  gli animali riproduttori di una determinata razza con  l’indicazione  dei loro ascendenti, se noti, e delle eventuali prestazioni  riproduttive e produttive.

 

DIRETTIVA DEL CONSIGLIO del 25 marzo 1991 relativa alle condizioni zootecniche e genealogiche che disciplinano la commercializzazione degli animali di razza e che modifica le direttive 77/504/CEE e 90/425/CEE (91/174/CEE).

IL CONSIGLIO DELLE COMUNITÀ EUROPEE,

visto il trattato che istituisce la Comunità economica europea, in particolare l’articolo 43,

vista la proposta della Commissione (1),

visto il parere del Parlamento europeo (2),

visto il parere del Comitato economico e sociale (3),

considerando che gli animali di razza, in quanto animali vivi, sono compresi nell’elenco di cui all’allegato II del trattato;

considerando che l’allevamento di animali di razza rientra generalmente fra le attività agricole; che esso rappresenta una fonte di reddito per una parte della popolazione rurale e merita pertanto di essere incentivato;

considerando che per le specie bovina, suina, ovina, caprina ed equina sono state previste, nell’ambito comunitario, norme specifiche di armonizzazione in campo zootecnico;

considerando che, ai fini di uno sviluppo razionale dell’allevamento di animali di razza e per accrescere così la produttività del settore, è opportuno emanare norme comunitarie in materia di commercializzazione di questi animali;

considerando che, in linea di massima, gli scambi intracomunitari non possono essere vietati, limitati o ostacolati;

considerando che occorre estendere ai bufali riproduttori di razza pura le disposizioni applicabili ai bovini riproduttori di razza pura e modificare di conseguenza la direttiva 77/504/CEE (4);

considerando che occorre prevedere che le disposizioni della direttiva 90/425/CEE (5) siano applicabili a questo settore;

considerando che è d’uopo disporre che le importazioni di animali di razza provenienti da paesi terzi non possano essere effettuate a condizioni meno rigorose di quelle applicate nella Comunità,

HA ADOTTATO LA PRESENTE DIRETTIVA:

Articolo 1

Ai fini della presente direttiva, si intende per animali di razza: ogni animale d’allevamento contemplato nell’allegato II del trattato, i cui scambi non siano ancora stati oggetto di regolamentazione comunitaria zootecnica più specifica e che sia iscritto oppure registrato in un registro o in un libro genealogico tenuto da un’organizzazione o da un’associazione di allevatori riconosciuta.

Articolo 2

Gli Stati membri provvedono affinché:

– la commercializzazione di animali di razza, nonché di sperma, ovuli ed embrioni dei medesimi non sia vietata, limitata od ostacolata per motivi di carattere zootecnico o genealogico;

– per assicurare il rispetto delle disposizioni del primo trattino i criteri di autorizzazione e di riconoscimento delle organizzazioni o delle associazioni di allevatori, i criteri d’iscrizione o di registrazione nei registri e nei libri genealogici, i criteri di ammissione alla riproduzione di animali di razza e all’impiego di sperma, ovuli ed embrioni dei medesimi, nonché il certificato da prescrivere ai fini della loro commercializzazione siano stabiliti in modo non discriminatorio, nel rispetto dei principi stabiliti dall’organizzazione o dall’associazione che tiene il registro o il libro genealogico dell’origine della razza.

Nell’attesa dell’attuazione delle eventuali modalità d’applicazione di cui all’articolo 6, le legislazioni nazionali rimangono applicabili, nel rispetto delle disposizioni generali del trattato.

Articolo 3

All’articolo 1, lettera a) della direttiva 77/504/CEE le parole « compresi i bufali » vengono inserite dopo le parole « della specie bovina ».

Articolo 4

Al capitolo II dell’allegato A della direttiva 90/425/CEE, viene aggiunta la seguente rubrica:

« Direttiva 91/174/CEE del Consiglio, del 25 marzo 1991, relativa alle condizioni zootecniche e genealogiche che disciplinano la commercializzazione degli animali di razza.

GU n. L 85 del 5. 4. 1991, pag. 37. »

Articolo 5

Fino all’applicazione di una regolamentazione comunitaria in materia, le condizioni applicabili alle importazioni in provenienza da paesi terzi di animali di razza, nonché di sperma, ovuli ed embrioni dei medesimi, non devono essere più favorevoli di quelle vigenti negli scambi intracomunitari.

Articolo 6

Le modalità d’applicazione della presente direttiva sono adottate secondo la procedura prevista all’articolo 11 della direttiva 88/661/CEE (6).

Articolo 7

Gli Stati membri mettono in vigore le disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative necessarie per conformarsi alla presente direttiva prima del 1o gennaio 1992. Essi ne informano immediatamente la Commissione.

Quando gli Stati membri adottano tali disposizioni, queste contengono un riferimento alla presente direttiva o sono corredate da un siffatto riferimento all’atto della pubblicazione ufficiale. Le modalità di tale riferimento sono decise dagli Stati membri. Articolo 8

Gli Stati membri sono destinatari dalla presente direttiva. Fatto a Bruxelles, addì 25 marzo 1991. Per il Consiglio

Il Presidente

  1. STEICHEN (1) GU n. C 304 del 29. 11. 1988, pag. 6. (2) GU n. C 12 del 16. 1. 1989, pag. 365. (3) GU n. C 56 del 6. 3. 1989, pag. 25. (4) GU n. L 206 del 12. 8. 1977, pag. 8. Direttiva modificata, da ultimo, dal regolamento (CEE) n. 3768/85 (GU n. L 362 del 31. 12. 1985, pag. 8). (5) GU n. L 224 del 18. 8. 1990, pag. 29. Direttiva modificata, da ultimo, dalla direttiva 90/675/CEE (GU n. L 373 del 31. 12. 1990, pag. 1). (6) GU n. L 382 del 31. 12. 1988, pag. 36.

 

MINORI: E’ IMPOSSIBILE IMPORRE AL BAMBINO DI FREQUENTARE L’ALTRO GENITORE.

 

E’ del Tribunale di Torino, Sez. VII civile il decreto del 4 aprile 2016 che, uniformandosi alle decisioni della Corte Europea sui diritti dell’uomo che prescrive al Giudice di individuare e di concretizzare il diritto del genitore a mantenere un legame con il figlio sempre nell’ottica prevalente di favorire l’interesse superiore del minore.

Il tribunale di Torino ha infatti deciso con decreto del 4 aprile del 2016 che il mantenimento dei rapporti familiari non deve essere imposto al minore che si oppone di frequentare l’altro genitore, al fine di tutelare l’interesse del primo rispetto ad ogni altro diritto.

Nel caso di specie il padre lamentava il rifiuto della minore di incontralo e di vederlo chiedendo al Tribunale di Torino affinché venisse imposto alla figlia di riprendere i rapporti accertando con una CTU se l’origine di tale rifiuto fosse addebitabile a condizionamenti psicologici posti in essere dalla madre.

In corso di audizione il minore aveva espressamente dichiarato di non sentirsi a proprio agio con il padre visto il suo comportamento aggressivo  e di provare disagio solo all’idea di vederlo.

Nel caso de quo, il Collegio torinese, rifacendosi alle decisioni della Corte europea dei diritti dell’uomo, ha ritenuto che “al diritto del figlio di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascun genitore deve, specularmente, riconoscersi anche il diritto di ciascun genitore al mantenimento di rapporti effettivi con i figli affinché il principio della bigenitorialità  trovi concreta ed effettiva attuazione nell’interesse ultimo del figlio stesso ad una crescita serena ed equilibrata, ed affinché il genitore sia posto nelle condizioni di esercitare la responsabilità genitoriale che gli compete e di adempiere al proprio dovere di mantenimento e cura della prole”.

Il Tribunale di Torino, inoltre ha osservato che l’individuazione delle concrete modalità di esercizio e attuazione di tale diritto deve avvenire tenendo conto “dell’interesse superiore del minore”.

Da ciò ne consegue che, al fine di una crescita serena ed equilibrata di un minore sono caldamente sconsigliati i provvedimenti impositivi di rapporti, visite ed incontri giacché occorre avere come obiettivo primario quello di tutela dell’interesse superiore del minore.

In particolare, come la stessa Corte di Strasburgo ha avuto modo di precisare, la coercizione per il raggiungimento dell’obiettivo di mantenimento del legame familiare deve essere utilizzata con estrema prudenza e misura e deve tenere conto degli interessi, dei diritti e delle libertà delle persone coinvolte e in particolare dell’interesse superiore del minore.

Ciò posto, il criterio da adottare nel caso di contrasti è quello dettato dall’art. 337 ter co. 2 c.c., il quale enuncia:”il giudice adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa”.

In conclusione, i Giudici, dovranno adottare i provvedimenti tenendo conto dell’interesse del figlio al fine di mantenere un rapporto equilibrato e sereno con entrambi i genitori.

 


Si riporta per completezza espositiva il decreto del Tribunale di Torino:
Tribunale Torino, sez. VII civ., decreto 4 aprile 2016
Pres. Castellani, est. Marco Carbonaro.
 
DECRETO

Le parti si sono consensualmente separate giusta decreto di omologa del Tribunale di [omissis] del [omissis] agli atti che prevedeva ampio e ordinario regime di visite tra padre non collocatario e figlia minore ZZ, nata il [omissis] 2001. Con ricorso depositato il 28.10.2015 il ricorrente, dopo aver lamentato il rifiuto, sin dal 2013, della figlia di incontrarlo e vederlo e che tale rifiuto dipenderebbe da un’attività di condizionamento della madre, chiedeva a questo Tribunale, previa CTU psicologica “volta ad appurare quali siano i reali motivi per i quali la figlia minore rifiuta ogni frequentazione con il padre”, di disporre “ogni necessario provvedimento volto a consentire al padre di esercitare la responsabilità genitoriale nei confronti della propria figlia” nonché di “accertare se l’impossibilità del ricorrente ad esercitare la responsabilità discenda da atti e/o condotte poste in essere dalla madre e, in caso positivo, condannarla alle sanzioni ed ai risarcimenti di legge”.

Si è costituita la convenuta chiedendo il rigetto dell’avversaria domanda e, in via riconvenzionale, la previsione di visite padre-figlia nel rispetto della volontà della minore, con condanna alle spese nonché al risarcimento del danno ex art. 96 c.p.c. Sono state sentite le parti, con i rispettivi difensori, nonché la minore ZZ e le parti hanno depositato note conclusive e di replica nei termini loro concessi. La causa è matura per la decisione, non essendo necessari ulteriori atti di istruzione.

Le domande del ricorrente sono infondate e devono essere respinte.

Osserva, in primo luogo, il Tribunale che è pacifico tra le parti che il regime di visite padre-figlia concordato in sede di separazione consensuale non venga osservato e che i rapporti padre-figlia siano oramai pressochè assenti. L’audizione della minore, che compirà 15 anni il [omissis] 2016, ha consentito di accertare il suo articolato, convinto e attuale desiderio di non avere con il padre ulteriori rapporti rispetto agli attuali sporadici contatti. Ella, in particolare, ha riferito di non avere mai avuto col padre un rapporto stretto, di non sentirsi a suo agio con lui, lamentandone la prepotenza e l’aggressività, e di provare ansia all’idea di vederlo, pur non escludendo la possibilità di rivederlo in futuro. Questo Tribunale, in sintonia con le indicazioni provenienti dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo (cfr. causa Santilli/Italia del 17.12.2013 e Bondavalli/Italia del 17.11.2015) ritiene che al diritto del figlio di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori (art. 337 ter comma 1 c.c.) debba specularmente riconoscerci anche il diritto di ciascun genitore al mantenimento di rapporti effettivi con i figli, affinchè il principio della bigenitorialità trovi concreta ed effettiva attuazione, nell’interesse ultimo del figlio stesso ad una crescita serena ed equilibrata, ed affinchè il genitore sia posto nelle condizioni di esercitare la responsabilità genitoriale che gli compete e di adempiere al proprio dovere di mantenimento e cura della prole (art. 147, 315 bis e 316 c.c.). Tuttavia, l’individuazione delle concrete modalità di esercizio e attuazione del predetto diritto del genitore a mantenere il legame con i figli deve avvenire avendo sempre come parametro principale di riferimento l’interesse superiore del minore e non può prescindere dalla considerazione delle specifiche circostanze del caso concreto e, in particolare, dell’età del figlio minore. In particolare, come la stessa Corte di Strasburgo ha avuto modo di precisare, la coercizione per il raggiungimento dell’obiettivo di mantenimento del legame familiare deve essere utilizzata con estrema prudenza e misura e deve tenere conto degli interessi, dei diritti e delle libertà delle persone coinvolte e in particolare dell’interesse superiore del minore (cfr. CEDU Santilli/Italia cit. §67; CEDU Volesky/ Rep. Ceca del 29.06.2004, § 118). Orbene, nel caso di specie, a fronte di una minore di anni 15 (e non è peregrino rilevare che i casi Santilli e Bondavalle trattati dalla CEDU riguardavano, invece, minori di circa 4-8 anni all’epoca dei fatti) che ha espresso la propria posizione in modo netto e chiaro, il Tribunale ritiene che provvedimenti impositivi di rapporti, visite e incontri, eventualmente preceduti da una consulenza tecnica d’ufficio parimenti imposta, non rispondano all’interesse superiore del minore ad una effettiva e proficua bigenitorialità e ad una crescita serena ed equilibrata né siano concretamente funzionali all’attuazione di quel diritto del genitore al mantenimento del legame con i figli, risultando anzi, in quanto imposti e non frutto di una spontanea rielaborazione relazionale, controproducenti e pregiudizievoli al recupero di una serena relazione padre-figlia nonché al benessere stesso della minore, cui il Tribunale sempre tende nell’adozione delle proprie decisioni. Per le medesime ragioni, l’istanza di CTU non può essere accolta, essendo inoltre eccessivamente generica ed esplorativa, non potendosi demandare al CTU l’accertamento di quei motivi di interruzione dei rapporti padre-figlia che il ricorrente pone poi a fondamento della propria domanda di condanna della convenuta alle sanzioni di cui all’art. 709 ter c.p.c., in quanto si demanderebbe inammissibilmente al CTU il compito di individuare i fatti a sostegno della domanda del ricorrente, supplendo alle sue carenze di allegazione. A riguardo, infatti, ritiene il Tribunale che le allegazioni del ricorrente circa una responsabilità della convenuta in ordine alla pacifica e obiettiva inosservanza delle condizioni di separazione sul regime di visita padrefiglia siano generiche, insufficienti e non suffragate da idonei elementi di prova. In particolare, le allegazioni circa condotte materne alienanti, denigratorie e screditanti della figura paterna sono, infatti, generiche, non concretandosi nell’allegazione di fatti ed episodi specifici, e prive di supporto probatorio; né sono state dedotte specifiche istanze istruttorie a riguardo, inutilizzabile essendo lo strumento della richiesta CTU psicologica per l’accertamento di fatti storici di questo tipo. Ritiene, pertanto, questo Tribunale che non sia stata raggiunta la prova della riconducibilità della pur pacifica inosservanza del regime di visita padre-figlia a gravi inadempienze o comunque a condotte della convenuta pregiudizievoli per la minore, sicchè la domanda di irrogazione delle sanzioni di cui all’art. 709-ter, comma 2, c.p.c. deve essere respinta. Alla luce della situazione di fatto, dell’età della minore e delle sue dichiarazioni rese in udienza, nonché della già esposta inopportunità di imposizione di incontri padre-figlia, deve invece accogliersi la domanda di parte convenuta di prevedere incontri padre-figlia secondo il gradimento della minore, affinché sia rimessa alla spontanea evoluzione relazionale delle parti e della minore il recupero, senza costrizioni e nei tempi e nei modi ritenuti congrui dagli interessati, di un sereno e continuativo rapporto tra il ricorrente e la di lui figlia. Al fine di agevolare il recupero di tale relazione e l’attuazione effettiva del principio della bigenitorialità, il Tribunale invita le parti ad intraprendere un percorso di rafforzamento delle proprie capacità genitoriali e/o un percorso di mediazione familiare, nell’interesse esclusivo della minore, incarica i Servizi competenti di prendere in carico la minore e di facilitare il recupero e il mantenimento del legame familiare.

Le spese del procedimento sono poste a carico del ricorrente soccombente sulle domande principali e sono liquidate, in applicazione degli importi previsti dal D.M. 55/2014 per le cause di valore indeterminabile (scaglione da 26.000 a 52.000 euro), previa riduzione per la relativa semplicità della controversia e il numero limitato di questioni trattate, nella misura indicata in dispositivo. È, invece, infondata la domanda di risarcimento danni e di condanna al pagamento di somma equitativamente determinata ex art. 96, commi primo e terzo, c.p.c. avanzata dalla convenuta in quanto la domanda del ricorrente non presenta profili di infondatezza così evidenti e manifesti da integrare colpa grave e temerarietà del ricorso all’Autorità Giudiziaria. Né, invero, ravvisa il Tribunale profili di abuso del processo per il fatto che il ricorrente non abbia versato le attuali domande nel procedimento ex art. 710 c.p.c. instaurato nel novembre 2014 e riguardante la modifica del contributo al mantenimento della figlia: in primo luogo perché l’abuso del processo presuppone una omogeneità delle domande oggetto di molteplici azioni “abusive” e, in secondo e principale luogo, perché la mutevolezza e la natura degli interessi oggetto del presente procedimento non consente di presumere che la situazione oggetto della pur infondata domanda di tutela fosse la medesima nel novembre 2014.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni altra istanza ed eccezione disattesa o assorbita, anche in modifica delle condizioni di separazione omologate il [omissis] e successivamente modificate con decreto del [omissis],

 

RIGETTA le domande tutte del ricorrente XX;

in accoglimento della domanda della convenuta,

DISPONE che il ricorrente possa vedere e tenere liberamente con sé la figlia minore ZZ secondo il gradimento della minore;

RIGETTA la domanda della convenuta di risarcimento del danno ex art. 96 c.p.c.

INVITA le parti, anche con il coinvolgimento della minore, ad intraprendere un percorso di mediazione familiare e/o di rafforzamento delle proprie capacità genitoriali, nell’interesse della minore;

DISPONE la presa in carico della minore da parte del Servizio di Psicologia competente per territorio affinché la supporti nel rafforzamento della relazione con il padre; CONDANNA XX a pagare a YY le spese di lite, che si liquidano in € 3.100 (di cui € 1.000 per fase studio, € 700 per fase introduttiva, € 1.400 per fase decisionale) oltre i.v.a., c.p.a. e 15% per spese generali.

Così deciso in Torino, nella camera di consiglio del 4 aprile 2016

Il Presidente Dott. Cesare Castellani Il Giudice Est. Dott. Marco Carbonaro

VENDITA ANIMALI: SENZA PEDIGREE E’ REATO

Per chiarire l’annosa questione ci viene in aiuto l’importante Decreto Legislativo n. 529, del 30 dicembre 1992.

Tale Decreto a molti sconosciuto è attualmente in vigore sostituendo la legge n. 30 del 15 gennaio 1991, che era riferita solo agli animali da reddito.

Il D.Lgs 529/92 ha recepito la direttiva europea 91/174/CEE relativa alle condizioni zootecniche e genealogiche che disciplinano la commercializzazione degli animali di razza, estendo l’applicazione anche a tutte le specie e razze che non erano contemplate nella legge n. 30, quindi anche a cani e gatti.

Tale importante decreto definisce il  concetto di “animale di razza pura” e stabilisce le regole per la sua commercializzazione, determinando finalmente, e senza possibilità di interpretazioni diverse,  la definizione giuridica di “cane o gatto di razza”  altresì vietando, di fatto, la vendita di animali sprovvisti di certificato genealogico!.

Di conseguenza il cane (o il gatto) senza pedigree non possono in alcun modo essere definiti “di razza” (come già sapevamo): e pertanto, non possono neppure essere ceduti in cambio di denaro!

Infatti, all’art. 5, il decreto stabilisce che “è consentita la commercializzazione di animali di razza di origine nazionale e comunitaria, nonché dello sperma, degli ovuli e degli embrioni dei medesimi, esclusivamente con riferimento a soggetti iscritti ai libri genealogici o registri anagrafici, di cui al precedente art. 1, comma 1, lettere a) e b), e che risultino accompagnati da apposita certificazione genealogica, rilasciata dall’associazione degli allevatori che detiene il relativo libro genealogico o il registro anagrafico.
É ammessa, altresì, la commercializzazione di animali di razza originari dei Paesi terzi, per i quali il Ministro dell’agricoltura e delle foreste abbia con proprio provvedimento accertato l’esistenza di una normativa almeno equivalente a quella nazionale.


Alle stesse condizioni è ammessa la commercializzazione dello sperma, degli ovuli e degli embrioni provenienti dai detti animali originari dei Paesi terzi. Non sono ammesse condizioni più favorevoli di quelle riservate agli animali di razza originari dei Paesi comunitari.


Salvo che il fatto costituisca reato, chiunque commercializza gli animali indicati nei commi 1 e 2 in violazione delle prescrizioni ivi contenute è punito con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da L. 10.000.000 a L. 60.000.000 (essendo il decreto antecedente all’avvento dell’euro, le cifre sono ancora espresse in lire)
.

 

E’ chiaro dunque che, la commercializzazione è riservata esclusivamente agli animali accompagnati da pedigree!
I  “senza pedigree” non dovrebbero neanche essere venduti, e sicuramente non venduti come cani o gatti “di razza”:  all’art. 3 dello stesso decreto risulta che non potrebbero neppure essere ammessi alla riproduzione!

 

Tale decreto pertanto, definisce una volta per tutte che la vendita di cani o di gatti senza pedigree dietro corresponsione di denaro è reato!

 

Si allega di seguito il testo del Decreto legislativo n. 529, del 30 dicembre 1992.

Decreto Legislativo 30 dicembre 1992, n. 529.

 

Ambito di applicazione

 

Il D.Lgs 529/92 è la norma che recepisce la direttiva europea 91/174/CEE relativa alle condizioni zootecniche e genealogiche che disciplinano la commercializzazione degli animali di razza.
Relativamente ai libri genealogici e alla modalità della loro gestione, il decreto estende l’applicazione di quanto indicato nella precedente legge 15 gennaio 1991, n. 30 anche a tutte le specie e razze non ancora regolamentate (compreso, quindi, il Gatto).
In questo modo viene uniformato il concetto di animale di razza ed è possibile stabilire le regole per la sua commercializzazione (che sono l’oggetto principale del decreto e che sono ben chiarite all’Art. 5).
Questo dispositivo è fondamentale in quanto determina la prima definizione giuridica di Gatto di Razza.

Il testo della norma.

 

Decreto Legislativo 30 dicembre 1992, n. 529.

Attuazione della direttiva 91/174/CEE relativa alle condizioni zootecniche e genealogiche che disciplinano la commercializzazione degli animali di razza.

ART. 1

  1. Il presente decreto disciplina:
  2. l’istituzione, per gli animali, compresi nell’elenco di cui all’allegato II del Trattato istitutivo della Comunità Economica Europea, ed appartenenti a specie e razze diverse da quelle regolamentate dalla legge 15 gennaio 1991, n. 30, del relativo libro genealogico, così come definito nell’allegato al presente decreto;
  3. l’istituzione, per le specie e razze autoctone di cui alla lettera a), che presentino limitata diffusione, per le quali non siano istituiti i libri genealogici, del relativo registro anagrafico, così come definito nell’allegato al presente decreto;
  4. la riproduzione dei detti animali secondo le norme stabilite, per ciascuna razza e specie, dai relativi disciplinari dei libri genealogici o registri anagrafici di cui al successivo art. 2;
  5. la commercializzazione degli stessi animali e dello sperma, degli ovuli e degli embrioni ad essi relativi, secondo le norme stabilite, per ciascuna razza e specie, dai relativi disciplinari dei libri genealogici o dei registri anagrafici, nonché sulla base della apposita certificazione genealogica, di cui al successivo art. 5.

ART. 2

  1. I libri genealogici ed i registri anagrafici sono istituiti, previa approvazione con decreto del Ministro dell’agricoltura e delle foreste, dalle associazioni nazionali di allevatori di specie o di razza, di cui all’art. 1, lettere a) e b), dotate di personalità giuridica ed in possesso dei requisiti stabiliti con provvedimento del Ministro dell’agricoltura e delle foreste. Detti libri genealogici e registri anagrafici sono tenuti dalle menzionate associazioni sulla base di appositi disciplinari, approvati anch’essi con decreto del Ministro dell’agricoltura e delle foreste.
  2. Salvo che il fatto costituisca reato, il responsabile dell’associazione nazionale a ciò preposto che custodisce i libri genealogici ed i registri anagrafici di cui al comma 1 in difformità delle prescrizioni contenute negli appositi disciplinari è punito con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da L. 5.000.000 a L. 30.000.000.

ART. 3

  1. I soggetti delle specie e razze di cui all’art. 1, originari dei Paesi membri della Comunità economica europea, sono ammessi alla riproduzione, sia in fecondazione naturale che per inseminazione artificiale, purché in possesso dei requisiti genealogici ed attitudinali disciplinati dalla normativa comunitaria. Alle stesse condizioni è altresì ammesso l’impiego di materiale seminale, di ovuli ed embrioni provenienti da animali originari di tali Paesi.
  2. I soggetti delle specie e razze di cui all’art. 1, provenienti da Paesi terzi, sono ammessi alla riproduzione, sia in fecondazione naturale che per inseminazione artificiale, alle stesse condizioni stabilite in Italia per i riproduttori delle medesime specie e razze, purché in possesso dei requisiti genealogici ed attitudinali, stabiliti con decreto del Ministro dell’agricoltura e delle foreste. Alle stesse condizioni è altresì ammesso l’impiego di materiale seminale, di ovuli ed embrioni provenienti da animali originari di detti Paesi. Non sono ammesse condizioni più favorevoli di quelle riservate ai riproduttori originari dei Paesi comunitari.
  3. Salvo che il fatto costituisca reato, chiunque ammette alla riproduzione animali in violazione delle prescrizioni contenute nei commi 1 e 2 è punito con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da L. 10.000.000 a L. 60.000.000.

ART. 4

  1. Il Ministero dell’agricoltura e delle foreste, su parere dell’Istituto sperimentale per la zootecnia, può autorizzare, anche in deroga a quanto stabilito nell’art. 1, comma 1, lettera c) e nei libri genealogici o nei registri anagrafici ad essi relativi, l’impiego di riproduttori e di materiale di riproduzione a fini di ricerca e di sperimentazione.

ART. 5

  1. É consentita la commercializzazione di animali di razza di origine nazionale e comunitaria, nonché dello sperma, degli ovuli e degli embrioni dei medesimi, esclusivamente con riferimento a soggetti iscritti ai libri genealogici o registri anagrafici, di cui al precedente art. 1, comma 1, lettere a) e b),e che risultino accompagnati da apposita certificazione genealogica, rilasciata dall’associazione degli allevatori che detiene il relativo libro genealogico o il registro anagrafico.
  2. É ammessa, altresì, la commercializzazione di animali di razza originari dei Paesi terzi, per i quali il Ministro dell’agricoltura e delle foreste abbia con proprio provvedimento accertato l’esistenza di una normativa almeno equivalente a quella nazionale. Alle stesse condizioni è ammessa la commercializzazione dello sperma, degli ovuli e degli embrioni provenienti dai detti animali originari dei Paesi terzi. Non sono ammesse condizioni più favorevoli di quelle riservate agli animali di razza originari dei Paesi comunitari.
  3. Salvo che il fatto costituisca reato, chiunque commercializza gli animali indicati nei commi 1 e 2 in violazione delle prescrizioni ivi contenute è punito con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da L. 10.000.000 a L. 60.000.000.

ART. 6

  1. I disciplinari di cui all’art. 2 attualmente vigenti in materia di istituzione e tenuta dei libri genealogici e dei registri anagrafici, sono modificati in conformità alla normativa comunitaria ed alle disposizioni di cui al presente decreto.
  2. Con decreto del Ministro dell’agricoltura e delle foreste si provvederà al recepimento della normativa tecnica emanata dalla Comunità economica europea in applicazione della direttiva 91/174/CEE.

 

ALLEGATO

Libro genealogico

Per libro genealogico si intende il libro tenuto da un’associazione nazionale di allevatori dotata di personalità giuridica o da un ente di diritto pubblico, in cui sono iscritti gli animali riproduttori di una determinata razza con l’indicazione dei loro ascendenti e delle prestazioni riproduttive e produttive.

Registro anagrafico

Per registro anagrafico si intende il registro tenuto da un’associazione nazionale di allevatori dotata di personalità giuridica o da un ente di diritto pubblico, in cui sono annotati gli animali riproduttori di una determinata razza con l’indicazione dei loro ascendenti, se noti, e delle eventuali prestazioni riproduttive e produttive.

INSEGNANTI: RICOSTRUZIONE ANNI DI CARRIERA PRE- RUOLO E RUOLO

I Tribunali finalmente hanno riconosciuto il diritto degli insegnanti alla ricostruzione della loro carriera, riconoscendo la parificazione degli anni di insegnamento precario con quelli di insegnamento in ruolo.

Infatti, gli insegnanti hanno prestato attività lavorativa continuativa in favore del MINISTERO anche negli anni di precariato.

Ciò, in quanto i ripetuti incarichi annuali non sono stati prestati per la supplenza del personale temporaneamente assente, ma in forza di ripetuti incarichi o fino al termine delle attività didattiche sui posti vacanti.

Ne consegue il diritto agli scatti stipendiali del 2,50% sullo stipendio con piena valorizzazione del servizio pre-ruolo, a fini giuridici ed economici, in ottemperanza ai principi costituzionali di ragionevolezza, equità e non discriminazione.

Ciò permette, altresì, la ricostruzione della carriera a fini contributivi in ottemperanza alle norme europee.

I giudici del lavoro di Torino accolgono il ricorso contro le norme che penalizzano i precari: ricalcolata l’anzianità di servizio, conteggiato tutto il periodo pre-ruolo, anche non consecutivo, iniziato nel 1989.

Sulla sentenza ha pesato, non poco, il principio del diritto europeo che vieta la disparità di trattamento tra lavoratori a tempo determinato e indeterminato. 

Il tribunale ha infatti evidenziato “il palese ed insanabile contrasto sin qui evidenziato tra le previsioni del diritto europeo (clausola 4 dell’Accordo Quadro sul lavoro a tempo determinato), da un lato, e la regola dettata dalla normativa interna speciale del settore scolastico (art.526 d.lgs. 297/94), dall’altro, non può che essere risolto in favore delle prime in ragione della loro indubbia superiorità nella gerarchia delle fonti, e precisamente attraverso la disapplicazione di quest’ultima”.

La sentenza ha dimostrato che l’Italia deve adeguare la normativa con cui gestisce il precariato nella scuola, come in tutta la pubblica amministrazione.

Sia per quel che riguarda il reclutamento, sia per la ricostruzione di carriera, che ancora tanto penalizza i neo-immessi in ruolo, soprattutto quando hanno alle spalle decenni di supplenze.

Il conteggio della carriera scolastica va computato per intero: non importa se è stato svolto da docente precario o di ruolo.

Con questa premessa, il tribunale del lavoro di Torino, ha risarcito con oltre 32mila euro un’insegnante donna, entrata in ruolo nel 2015 ma la cui prima supplenza risaliva al lontano 1989, conferendo nei suoi confronti i medesimi scatti di anzianità previsti per il personale di ruolo.

Oltre al risarcimento, lo stipendio della docente è stato collocato nel “gradone” di competenza, con un incremento mensile pari a 701,81 euro.

In conclusione ad oggi è possibile esperire un ricorso al Tribunale del lavoro al fine di ottenere il riconoscimento degli anni di precariato a fini pensionistici calcolati come se fossero anni di ruolo ed inoltre ottenere il riconoscimento degli scatti stipendiali MAI applicati dal Ministero.

L’Avv. Francesca Copelli, mette a disposizione di tutti gli insegnati che volessero fare ricorso le competenze necessarie al fine di ottenere il ristoro di tutti i danni subiti.

Il cane ti morde? Nessun risarcimento.

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A tale conclusione è arrivato il tribunale di Ascoli Piceno con la sentenza 1102/2016 respingendo la richiesta di risarcimento danni di un uomo, che senza alcuna reale necessità si era avvicinato ad un cane a lui sconosciuto che stava oltretutto manifestando, abbaiando, segni di nervosismo aggressivo contro il visitatore.

Per il Tribunale, la norma applicabile nel caso di specie è quella prevista dall’articolo 2052 c.c. –danno cagionato da animale -il quale recita “il proprietario di un animale o chi se ne serve per il tempo in cui l’ha in uso, è responsabile dei danni cagionati dall’animale, sia che fosse sotto custodia, sia che fosse smarrito o fuggito, salvo che provi il caso fortuito”.

L’articolo infatti 2052 c.c. prevede una vera e propria responsabilità oggettiva a carico del proprietario dell’animale che abbia cagionato a danni a terzi.

Si tratta però di una responsabilità presunta che non è fondata sulla colpa, ma sul rapporto di fatto con l’animale.

La norma comunque esclude la predetta responsabilità quando il proprietario da prova del caso fortuito, che può essere costituito anche dal fatto colposo del danneggiato.

Nel caso de quo come risulta in istruttoria, l’animale era chiuso nel recinto chiuso dal  cancello, pertanto l’aggressione poteva verificarsi solo nel caso in cui l’infortunato avesse messo la mano all’interno del cancello ove si trovava il cane.

Davanti al predetto cancello era inoltre affisso il cartello “attenti al cane”.

L’aggressione pertanto, al danneggiato si spiega unicamente con l’avvicinamento dello stesso all’animale, che introducendo la mano all’interno del recinto chiuso da un cancello in ferro, veniva morso.

Tale condotta, costituisce secondo il tribunale di Ascoli Piceno “un caso fortuito idoneo ad escludere la responsabilità ex articolo 2052 c.c., giacché caratterizzata da imprudenza nell’avvicinarsi, senza alcuna reale necessità, ad un animale a lui sconosciuto che stava oltretutto manifestando, abbaiando, segni di nervosismo aggressivo contro il visitatore.

In altre parole, l’animale e la vittima sono venuti in contatto solo per volontà di quest’ultima e non per l’aggressione improvvisata del cane.

 

Animali domestici: punibile penalmente anche la sola sofferenza psichica dell’animale

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È stata depositata in data odierna la sentenza n. 10009 del 2017 della Corte di Cassazione III sez penale che, ha confermato la sentenza del tribunale di Busto Arsizio che condannava la signora xxxx alla pena, condizionatamente sospesa, di € 2.000,00 di ammenda, in quanto riconosciuta colpevole, con le attenuanti generiche, della contravvenzione di cui all’articolo 727 c.p.

Nello specifico si tratta della contravvenzione concernente l’abbandono di animali, nello specifico l’articolo 727 c.p. così recita: ”chiunque abbandona animali domestici o che abbiano acquisito abitudini della cattività è punito con l’arresto fino ad un anno o con l’ammenda da 1.000,00 a € 10.000. Alla stessa pena soggiace chiunque detiene animali in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze ”.

Secondo quanto era emerso nel corso del giudizio di primo grado, l’imputato si era reso responsabile di avere mantenuto, all’interno di un locale chiuso concesso in comodato d’uso, 25 gatti selvatici e un cavallo, in condizioni ambientali incompatibili con la natura degli stessi animali, a causa delle quali essi avevano patito gravi sofferenze.

Ciò in quanto, da un lato, il locale si trovava in pessime condizioni igieniche, con il pavimento completamente imbrattato di feci e di urina frammiste a segatura e sporcizia varia, tali da provocare esalazioni ammoniacali urticanti ed a contaminare il cibo all’acqua, sicché i felini presenti, già sofferenti in considerazione dello stato di cattività nel quale erano stati costretti nonostante la loro abitudine a vivere in una condizione di libertà, avevano patito rilevanti sofferenze fisiche o psichiche; dall’altro lato, il cavallo presentava uno stato di marcata sofferenza fisica legato alla mancata somministrazione di antidolorifici e alla mancata adozione di misure ortopediche, quali un’adeguata ferratura agli zoccoli anteriori, atte a lenire il dolore derivante dalla grave zoppia che lo affliggeva.

Avverso la predetta sentenza l’imputato aveva proposto ricorso per cassazione, a mezzo del proprio difensore fiduciario.

La suprema corte però ha dichiarato il ricorso infondato per i seguenti motivi: innanzitutto considerato in diritto l’articolo 727 CP, rubricato “abbandono di animali”, punisce, al comma due, la condotta di colui il quale “detiene animali in condizioni incompatibili con la loro natura, e produttive di gravi sofferenze”.

Secondo la giurisprudenza di questa corte, il reato in questione è integrato dalla condotta, anche occasionale e non riferibile al proprietario, di detenzione degli animali con modalità tali da arrecare agli stessi gravi sofferenze, incompatibili con la loro natura, avuto riguardo, per le specie più note (quali, ad esempio, gli animali domestici), al patrimonio di comune esperienza e conoscenza e, per le altre, alle acquisizioni delle scienze naturali.

Gli ermellini, con tale pronuncia, arrivano a definire che ai fini dell’integrazione del reato in esame (ex art. 727 c.p.) non è necessario che l’animale riporti una lesione all’integrità fisica, potendo la sofferenza consistere anche soltanto in meri patimenti, la cui inflizione sia non necessaria in rapporto alle esigenze della custodia e dell’allevamento dello stesso.

Nel caso di specie i gatti avevano riportato delle infezioni  respiratorie per le scarse condizioni igieniche, che già di per  sé avrebbe integrato il reato di cui sopra, ma la suprema corte afferma a chiare lettere che va oltremodo  punito il forte disagio degli animali, in quanto particolarmente reattivi e fobici.

In base a questa motivazione, si legge ancora in sentenza, assume scarso rilievo la circostanza che, come evidenziato dal ricorso della donna, non sia stata adeguatamente ricostruita l’eziologia dell’A.I.D.S. felina, richiamata, per la prima volta, dal giudice di merito nella sentenza come dato di fatto adeguatamente riscontrato, sia pure per alcuni soltanto degli esemplari, e apoditticamente posto in relazione alla situazione di stress e di promiscuità degli animali.

Infatti, afferma la Corte che “la già sottolineata condizione dei felini doveva ritenersi sufficiente a integrare la fattispecie contestata, indipendentemente dalla eventuale presenza della predetta sindrome immuno-depressiva”.

Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia e ratifica dello Stato Italiano con la Legge n. 201 del 2010

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Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia.

Strasburgo, 13 novembre 1987

Traduzione ufficiale della Cancelleria federale della Svizzera.

 

Preambolo:

Gli Stati membri del Consiglio d’Europa, firmatari della presente Convenzione,

considerando che l’obiettivo del Consiglio d’Europa è di conseguire una maggiore coesione tra i suoi membri;

riconoscendo che l’uomo ha l’obbligo morale di rispettare tutte le creature viventi, ed in considerazione dei particolari vincoli esistenti tra l’uomo e gli animali da compagnia;

considerando l’importanza degli animali da compagnia a causa del contributo che essi forniscono alla qualità della vita e dunque il loro valore per la società;

considerando le difficoltà causate dalla grande varietà di animali tenuti dall’uomo;

considerando i rischi inerenti ad una sovrappopolazione animale per l’igiene, la salute e la sicurezza dell’uomo e degli altri animali;

considerando che il mantenimento di esemplari di fauna selvatica come animali da compagnia non dovrebbe essere incoraggiato;

consapevoli delle diverse condizioni che regolano l’acquisto, il mantenimento, l’allevamento di tipo commerciale o non commerciale, la cessione ed il commercio di animali da compagnia;

consapevoli del fatto che gli animali da compagnia non sono sempre tenuti in condizioni atte a promuovere la loro salute ed il loro benessere; constatando che i comportamenti nei confronti degli animali da compagnia variano notevolmente, talvolta per mancanza di nozioni e di consapevolezza;

considerando che una norma fondamentale comune di comportamento e di prassi che porti ad una condotta responsabile da parte dei proprietari degli animali da compagnia sia un obiettivo non solo auspicabile ma anche realistico, hanno convenuto quanto segue:

Capitolo I – Disposizioni generali Articolo 1 – Definizioni .

  1. Per animale da compagnia si intende ogni animale tenuto, o destinato ad essere tenuto dall’uomo, in particolare presso il suo alloggio domestico, per suo diletto e compagnia.
  2. Per commercio di animali da compagnia si intende l’insieme di transazioni effettuate in maniera regolare per quantitativi rilevanti ed a fini di lucro, che comportano il trasferimento di proprietà di tali animali.
  3. Per allevamento e custodia di animali da compagnia a fini commerciali si intendono l’allevamento e la custodia praticati principalmente a fini di lucro per quantitativi rilevanti.
  4. Per rifugio per animali si intende un istituto a fini non di lucro nel quale gli animali da compagnia possono essere tenuti in congruo numero. Qualora la legislazione nazionale e/o le norme amministrative lo consentano, tale istituto può accogliere animali randagi.
  5. Per animale randagio si intende ogni animale da compagnia senza alloggio domestico o che si trova all’esterno dei limiti dell’alloggio domestico del suo proprietario o custode e che non è sotto il controllo o la diretta sorveglianza di alcun proprietario o custode. 6. Per autorità competente, si intende l’autorità designata dallo Stato membro.

Articolo 2 – Settore di applicazione e attuazione.

  1. Ciascuna Parte si impegna a prendere i necessari provvedimenti per conferire effetto alle disposizioni della presente Convenzione per quanto riguarda: a) gli animali da compagnia tenuti da una persona fisica o morale in qualsiasi alloggio domestico, o istituto per il commercio, l’allevamento e la custodia a fini commerciali di tali animali, nonché in ogni rifugio per animali; b) se del caso, gli animali randagi.
  2. Nessuna disposizione della presente Convenzione è intesa a pregiudicare l’attuazione di altri strumenti per la protezione degli animali o per la preservazione delle specie selvatiche in pericolo.
  3. Nessuna disposizione della presente Convenzione è intesa a pregiudicare la facoltà delle Parti di adottare norme più rigorose al fine di assicurare la protezione degli animali da compagnia o l’applicazione delle seguenti disposizioni a categorie di animali che non sono espressamente citate nel presente strumento. Capitolo II – Principi per il mantenimento degli animali da compagnia

Articolo 3 – Principi fondamentali per il benessere degli animali.

  1. Nessuno causerà inutilmente dolori, sofferenze o angosce ad un animale da compagnia. 2. Nessuno deve abbandonare un animale da compagnia.

Articolo 4 – Mantenimento.

  1. Ogni persona che tenga un animale da compagnia o che abbia accettato di occuparsene sarà responsabile della sua salute e del suo benessere.
  2. Ogni persona che tenga un animale da compagnia o se ne occupi, deve provvedere alla sua installazione e fornirgli cure ed attenzione, tenendo conto dei suoi bisogni etologici secondo la sua specie e la sua razza ed in particolare: a) rifornirlo in quantità sufficiente di cibo e di acqua di sua convenienza; b) procurargli adeguate possibilità di esercizio; c) prendere tutti i ragionevoli provvedimenti per impedire che fugga.
  3. Un animale non deve essere tenuto come animale da compagnia se: a) le condizioni di cui al paragrafo 2 di cui sopra non sono soddisfatte, oppure b) benché tali condizioni siano soddisfatte, l’animale non può adattarsi alla cattività.

Articolo 5 – Riproduzione.

Qualsiasi persona la quale selezioni un animale da compagnia per riproduzione, è tenuta a tener conto delle caratteristiche anatomiche, fisiologiche e comportamentali che sono di natura tale da mettere a repentaglio la salute ed il benessere della progenitura o dell’animale femmina.

Articolo 6 – Limiti di età per l’acquisto.

Nessun animale da compagnia deve essere venduto ai minori di 16 anni senza il consenso esplicito dei genitori o di altre persone che esercitano la responsabilità parentale.

Articolo 7 – Addestramento.

Nessun animale da compagnia deve essere addestrato con metodi che possono danneggiare la sua salute ed il suo benessere, in particolare costringendo l’animale ad oltrepassare le sue capacità o forza naturale, o utilizzando mezzi artificiali che causano ferite o dolori, sofferenze ed angosce inutili.

Articolo 8 – Commercio, allevamento e custodia a fini commerciali, rifugi per animali.

  1. Qualsiasi persona la quale, all’atto dell’entrata in vigore della Convenzione, pratichi il commercio o l’allevamento o la custodia di animali da compagnia a fini commerciali, o gestisca un rifugio per animali deve dichiararlo all’Autorità competente entro un termine adeguato che sarà stabilito da ciascuna Parte. Qualsiasi persona la quale intenda praticare una delle predette attività deve farne dichiarazione all’Autorità competente.
  2. Questa dichiarazione deve indicare: a) le specie di animali da compagnia in oggetto o che saranno in oggetto; b) la persona responsabile e le sue nozioni in materia; c) una descrizione dei locali ed attrezzature che sono o saranno utilizzati.
  3. Le attività di cui sopra possono essere esercitate solamente se: a) la persona responsabile è in possesso delle nozioni e della capacità necessarie all’esercizio di tale attività, avendo sia una formazione professionale, sia un’esperienza sufficiente per quanto riguarda gli animali da compagnia; b) i locali e le attrezzature utilizzate per l’attività soddisfano ai requisiti di cui all’articolo 4.
  4. L’Autorità competente stabilisce, in base alla dichiarazione effettuata in conformità con le disposizioni del paragrafo 1, se le condizioni di cui al paragrafo 3 sono soddisfatte o meno. Qualora non fossero sufficientemente soddisfatte, l’Autorità competente raccomanda provvedimenti e vieta l’inizio o il proseguimento dell’attività se ciò è necessario ai fini della protezione degli animali.
  5. L’Autorità competente deve, conformemente con la legislazione nazionale, controllare se le summenzionate condizioni sono soddisfatte o meno.

Articolo 9 – Pubblicità, spettacoli, esposizioni, competizioni e manifestazioni analoghe.

  1. Gli animali da compagnia non possono essere utilizzati per pubblicità, spettacoli, esposizioni, competizioni o manifestazione analoghe a meno che: a) l’organizzatore non abbia provveduto a creare le condizioni necessarie per un trattamento di tali animali che sia conforme con i requisiti dell’articolo 4 paragrafo 2 e che b) la loro salute ed il loro benessere non siano messi a repentaglio.
  2. Nessuna sostanza deve essere somministrata ad un animale da compagnia, nessun trattamento deve essergli applicato, né alcun procedimento utilizzato per elevare o diminuire il livello naturale delle sue prestazioni: a) nel corso di competizioni; b) in qualsiasi altro momento, qualora ciò possa mettere a repentaglio la salute ed il benessere dell’animale.

Articolo 10 – Interventi chirurgici.

  1. Gli interventi chirurgici destinati a modificare l’aspetto di un animale da compagnia, o finalizzati ad altri scopi non curativi debbono essere vietati, in particolare: a) il taglio della coda; b) il taglio delle orecchie; c) la recisione delle corde vocali; d) l’esportazione delle unghie e dei denti.
  2. Saranno autorizzate eccezioni a tale divieto solamente: a) se un veterinario considera un intervento non curativo necessario sia per ragioni di medicina veterinaria, sia nell’interesse di un determinato animale; b) per impedire la riproduzione.
  3. a) gli interventi nel corso dei quali l’animale proverà o sarà suscettibile di provare forti dolori debbono essere effettuati solamente in anestesia e da un veterinario o sotto il suo controllo; b) gli interventi che non richiedono anestesia possono essere praticati da una persona competente in conformità con la legislazione nazionale.

Articolo 11 – Uccisione.

  1. Solo un veterinario o altra persona competente deve procedere all’uccisione di un animale da compagnia, tranne che in casi di urgenza per porre fine alle sofferenze di un animale e qualora non si possa ottenere rapidamente l’assistenza di un veterinario o di altra persona competente, o in ogni altro caso di emergenza configurato dalla legislazione nazionale.

Ogni uccisione deve essere effettuata con il minimo di sofferenze fisiche e morali in considerazione delle circostanze.

Il metodo prescelto, tranne che in casi di urgenza, deve:

  1. a) sia indurre una perdita di coscienza immediata e successivamente la morte;
  2. b) sia iniziare con la somministrazione di un’anestesia generale profonda seguita da un procedimento che arrechi la morte in maniera certa. La persona responsabile dell’uccisione deve accertarsi della morte dell’animale prima di eliminarne la spoglia.
  3. Debbono essere vietati i seguenti metodi sacrificali:
  4. a) l’annegamento ed altri sistemi di asfissia, se non producono gli effetti di cui al paragrafo 1, comma b;
  5. b) l’utilizzazione di qualsiasi veleno o droga di cui non sia possibile controllare il dosaggio e l’applicazione in modo da ottenere gli effetti di cui al paragrafo 1;
  6. c) l’elettrocuzione a meno che non sia preceduta da un’immediata perdita di coscienza.

Capitolo III – Misure complementari per gli animali randagi:

Articolo 12 – Riduzione del numero di animali randagi.

Quando una Parte ritiene che il numero di animali randagi rappresenta un problema per detta Parte, essa deve adottare le misure legislative e/o amministrative necessarie a ridurre tale numero con metodi che non causino dolori, sofferenze o angosce che potrebbero essere evitate.

  1. a) Tali misure debbono comportare che: i) se questi animali debbono essere catturati, ciò sia fatto con il minimo di sofferenze fisiche e morali tenendo conto della natura dell’animale; ii) nel caso che gli animali catturati siano tenuti o uccisi, ciò sia fatto in conformità con i principi stabiliti dalla presente Convenzione.
  2. b) Le Parti si impegnano a prendere in considerazione: i) l’identificazione permanente di cani e gatti con mezzi adeguati che causino solo dolori, sofferenze o angosce di poco conto o passeggere, come il tatuaggio abbinato alla registrazione del numero e dei nominativi ed indirizzi dei proprietari; ii) di ridurre la riproduzione non pianificata dei cani e dei gatti col promuovere la loro sterilizzazione; iii) di incoraggiare le persone che rinvengono un cane o un gatto randagio, a segnalarlo all’Autorità competente.

Articolo 13 – Eccezioni per quanto concerne la cattura, il mantenimento e l’uccisione Le eccezioni ai principi stabiliti nella presente Convenzione relative alla cattura, al mantenimento ed all’uccisione degli animali randagi saranno accolte solo se sono inevitabili nell’ambito dei programmi governativi di controllo delle malattie.

Capitolo IV – Informazione ed istruzione :

Articolo 14 – Programmi di informazione e di istruzione.

Le Parti si impegnano a promuovere lo sviluppo di programmi d’informazione e di istruzione al fine di incoraggiare tra le organizzazioni e gli individui interessati al mantenimento, all’allevamento, all’addestramento, al commercio ed alla custodia di animali da compagnia, la consapevolezza e la conoscenza delle disposizioni e dei principi della presente Convenzione.

In tali programmi, dovrà in particolar modo essere richiamata l’attenzione sui seguenti punti:

  1. a) l’addestramento di animali da compagnia a fini commerciali o di competizione, da effettuarsi da parte di persone con nozioni e competenze specifiche;
  2. b) la necessità di scoraggiare: i) il dono di animali da compagnia ai minori di 16 anni senza l’espresso consenso dei loro genitori o di altre persone che esercitano la responsabilità parentale; ii) il dono di animali da compagnia come premio, ricompensa, o omaggio; iii) la procreazione non pianificata di animali da compagnia;
  3. c) le eventuali conseguenze negative per la salute ed il benessere degli animali selvatici, del loro acquisto o inserimento come animali da compagnia; d) i rischi derivanti dall’acquisto irresponsabile di animali da compagnia che porta ad un aumento del numero degli animali non voluti ed abbandonati.

Capitolo V – Consultazioni multilaterali.

 Articolo 15 – Consultazioni multilaterali.

  1. Le Parti procedono, entro un termine di cinque anni dall’entrata in vigore della Convenzione e successivamente ogni cinque anni, ed in ogni caso tutte le volte che una maggioranza dei rappresentanti delle Parti ne faccia richiesta, a consultazioni multilaterali in seno al Consiglio d’Europa al fine di esaminare l’attuazione della Convenzione nonché l’opportunità di una revisione o estensione di alcune sue disposizioni. Tali consultazioni si svolgeranno nel corso di riunioni convocate dal Segretario Generale del Consiglio d’Europa.
  2. Ogni Parte ha diritto a nominare un rappresentante che partecipi a tali consultazioni. Ogni Stato membro del Consiglio d’Europa che non è Parte alla Convenzione ha diritto a farsi rappresentare a tali consultazioni da un osservatore.
  3. Dopo ogni consultazione, le Parti sottopongono al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa un rapporto sulla consultazione ed il funzionamento della Convenzione, includendovi, se lo ritengono necessario, proposte intese a recare emendamento agli articoli da 15 a 23 della Convenzione.
  4. Fatte salve le disposizioni della presente Convenzione, le Parti stabiliscono il regolamento interno delle consultazioni.

Capitolo VI – Emendamenti.

Articolo 16 – Emendamenti

  1. Ogni emendamento agli articoli da 1 a 14, proposto da una Parte o dal Comitato di Ministri, sarà comunicato al Segretario Generale del Consiglio d’Europa che provvederà a trasmetterlo agli Stati membri del Consiglio d’Europa, ad ogni Parte, e ad ogni Stato invitato ad aderire alla Convenzione in conformità con le disposizioni dell’articolo 19.
  2. Ogni emendamento proposto in conformità con le disposizioni del paragrafo precedente, è esaminato, almeno due mesi dopo la data della sua comunicazione da parte del Segretario Generale, nel corso di una consultazione multilaterale nella quale l’emendamento può essere approvato da una maggioranza di due terzi delle Parti. Il testo approvato è comunicato alle Parti.
  3. Ogni emendamento entra in vigore alla scadenza di un periodo di dodici mesi dopo la sua approvazione in occasione di una consultazione multilaterale, a meno che una delle Parti non abbia notificato obiezioni.

Capitolo VII – Disposizioni finali

Articolo 17 – Firma, ratifica, accettazione, approvazione La presente Convenzione è aperta alla firma degli Stati membri del Consiglio d’Europa.

Essa sarà sottoposta a ratifica, accettazione o approvazione.

Gli strumenti di ratifica, di accettazione o di approvazione saranno depositati presso il Segretario Generale del Consiglio d’Europa.

Articolo 18 – Entrata in vigore.

1.La presente Convenzione entrerà in vigore il primo giorno del mese successivo alla scadenza di un periodo di sei mesi dopo la data in cui quattro Stati membri del Consiglio d’Europa abbiano espresso il loro consenso ad essere vincolati dalla Convenzione, in conformità con il disposto dell’articolo 17. 2.

La Convenzione entrerà in vigore, per ogni Stato membro che esprima successivamente il suo consenso ad essere vincolato dalla Convenzione il primo giorno del mese successivo alla scadenza di un periodo di sei mesi dopo la data del deposito dello strumento di ratifica, di accettazione o di approvazione.

Articolo 19 – Adesione di Stati non membri.

  1. Dopo l’entrata in vigore della presente Convenzione, il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa potrà invitare ogni Stato non membro del Consiglio d’Europa ad aderire alla presente Convenzione, mediante decisione presa a maggioranza secondo l’articolo 20 lettera d) dello Statuto del Consiglio d’Europa ed all’unanimità dai rappresentanti degli Stati contraenti abilitati a partecipare al Comitato dei Ministri.
  2. La Convenzione entrerà in vigore, per ogni Stato membro, il primo giorno del mese successivo alla scadenza di un periodo di sei mesi dopo la data del deposito dello strumento d’adesione presso il Segretario Generale del Consiglio d’Europa.

Articolo 20 – Clausola territoriale.

  1. Ogni Stato può, all’atto della firma o del deposito del proprio strumento di ratifica, di accettazione, di approvazione o di adesione, indicare il territorio o i territori ai quali si applicherà la presente Convenzione. 2. Ogni Parte può in qualsiasi momento successivo, tramite dichiarazione rivolta al Segretario Generale del Consiglio d’Europa, estendere l’applicazione della presente Convenzione ad ogni altro territorio indicato nella dichiarazione.
  2. La Convenzione entrerà in vigore nei confronti di detto territorio il primo giorno del mese successivo alla scadenza di un periodo di sei mesi dopo la data di ricezione della dichiarazione da parte del Segretario Generale.
  3. Ogni dichiarazione fatta ai sensi dei due paragrafi precedenti potrà essere ritirata, per quanto concerne ogni territorio indicato nella predetta dichiarazione, mediante notifica inviata al Segretario Generale.

Il ritiro avrà effetto il primo giorno del mese successivo alla scadenza di un periodo di sei mesi dopo la data di ricezione della notifica da parte del Segretario Generale.

 Articolo 21 – Riserve .

  1. Ogni Stato può, all’atto della firma o del deposito del proprio strumento di ratifica, di accettazione, di approvazione o di adesione, dichiarare di avvalersi di una o più riserve riguardo all’articolo 6 ed al comma a del paragrafo 1 dell’articolo 10. Nessun’altra riserva può essere fatta.
  2. Ogni Parte che abbia formulato una riserva ai sensi del paragrafo precedente può ritirarla interamente o in parte inviando una notifica al Segretario Generale del Consiglio d’Europa. Il ritiro avrà effetto alla data di ricezione della notifica da parte del Segretario Generale.
  3. La Parte che ha formulato una riserva nei riguardi di una disposizione della presente Convenzione non può richiedere l’applicazione di tale disposizione ad un’altra Parte; tuttavia essa può, se la riserva è parziale o condizionale, domandare l’applicazione di tale disposizione nella misura in cui essa stessa l’ha accettata.

Articolo 22 – Denuncia .

  1. Ogni Parte può, in ogni tempo, denunciare la presente Convenzione inviando una notifica al Segretario Generale del Consiglio d’Europa.
  2. La denuncia avrà effetto il primo giorno del mese successivo alla scadenza di un periodo di sei mesi dopo la data di ricezione della notifica da parte del Segretario Generale.

Articolo 23 – Notifiche.

Il Segretario Generale del Consiglio d’Europa notificherà agli Stati membri del Consiglio e ad ogni Stato che abbia aderito alla presente Convenzione o sia stato invitato a farlo:

  1. a) ogni firma;
  2. b) il deposito di ogni strumento di ratifica, di accettazione, di approvazione o di adesione;
  3. c) ogni data di entrata in vigore della presente Convenzione conformemente con gli articoli 18, 19, 20 della stessa Convenzione; d) ogni altro atto, notifica o comunicazione relativa alla presente Convenzione. In fede di che i sottoscritti, a tal fine debitamente autorizzati, hanno firmato la presente Convenzione. Fatto a Strasburgo il 13 novembre 1987 in francese ed in inglese, i due testi facenti ugualmente fede, in un unico esemplare che sarà depositato negli archivi del Consiglio d’Europa.

Il Segretario Generale del Consiglio d’Europa ne trasmetterà copia certificata conforme a ciascuno degli Stati membri del Consiglio d’Europa e ad ogni Stato invitato ad aderire alla presente Convenzione.

Tale convenzione è stata adottata dallo Stato Italiano con la Legge del 4 novembre n. 201 del 2010, – Animali da compagnia.

Legge 4 novembre 2010, n. 201 Ratifica ed esecuzione della Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia, fatta a Strasburgo il 13 novembre 1987, nonché norme di adeguamento dell’ordinamento interno.  (GU n. 283 del 3-12-2010).

Art 1. (Autorizzazione alla ratifica).
1. Il Presidente della Repubblica é autorizzato a ratificare la Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia, fatta a Strasburgo il 13 novembre 1987.
Art 2. (Ordine di esecuzione).
1. Piena ed intera esecuzione é data alla Convenzione di cui all’articolo 1, a decorrere dalla data della sua entrata in vigore, in conformità a quanto disposto dall’articolo 18 della Convenzione stessa.
Art 3. (Modifiche al codice penale).
1. Al codice penale sono apportate le seguenti modificazioni:
a) all’articolo 544-bis, le parole: « da tre mesi a diciotto mesi » sono sostituite dalle seguenti: « da quattro mesi a due anni »;
b) all’articolo 544-ter, primo comma, le parole: « da tre mesi a un anno o con la multa da 3.000 a 15.000 euro » sono sostituite dalle seguenti: « da tre a diciotto mesi o con la multa da 5.000 a 30.000 euro ».
Art 4. (Traffico illecito di animali da compagnia).
1. Chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un profitto, reiteratamente o tramite attività organizzate, introduce nel territorio nazionale animali da compagnia di cui all’allegato I, parte A, del regolamento (CE) n. 998/2003 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 maggio 2003, privi di sistemi per l’identificazione individuale e delle necessarie certificazioni sanitarie e non muniti, ove richiesto, di passaporto individuale, é punito con la reclusione da tre mesi a un anno e con la multa da euro 3.000 a euro 15.000.
2. La pena di cui al comma 1 si applica altresì a chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un profitto, trasporta, cede o riceve a qualunque titolo animali da compagnia di cui all’allegato I, parte A, del regolamento (CE) n. 998/2003 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 maggio 2003, introdotti nel territorio nazionale in violazione del citato comma 1.
3. La pena é aumentata se gli animali di cui al comma 1 hanno un’età accertata inferiore a dodici settimane o se provengono da zone sottoposte a misure restrittive di polizia veterinaria adottate per contrastare la diffusione di malattie trasmissibili proprie della specie.
4. Nel caso di condanna o di applicazione della pena su richiesta delle parti ai sensi dell’articolo 444 del codice di procedura penale per i delitti previsti dai commi 1 e 2 del presente articolo, é sempre ordinata la confisca dell’animale, salvo che appartenga a persona estranea al reato. É altresì disposta la sospensione da tre mesi a tre anni dell’attività di trasporto, di commercio o di allevamento degli animali se la sentenza di condanna o di applicazione della pena su richiesta delle parti é pronunciata nei confronti di chi svolge le predette attività. In caso di recidiva é disposta l’interdizione dall’esercizio delle attività medesime.
5. Gli animali oggetto di provvedimento di sequestro o di confisca sono affidati alle associazioni o agli enti indicati nel decreto del Ministro della salute, adottato ai sensi dell’articolo 19-quater delle disposizioni di coordinamento e transitorie per il codice penale, di cui al regio decreto 28 maggio 1931, n. 601, che ne fanno richiesta, salvo che vi ostino esigenze processuali.
6. Gli animali acquisiti dallo Stato a seguito di provvedimento definitivo di confisca sono assegnati, a richiesta, alle associazioni o agli enti ai quali sono stati affidati ai sensi del comma 5.
7. Le entrate derivanti dall’applicazione delle sanzioni pecuniarie previste dalla presente legge affluiscono all’entrata del bilancio dello Stato per essere riassegnate allo stato di previsione del Ministero della salute e sono destinate alle associazioni o agli enti di cui al comma 5 del presente articolo, con le modalità di cui all’articolo 8 della legge 20 luglio 2004, n. 189.

Art 5. (Introduzione illecita di animali da compagnia).
1. Salvo che il fatto costituisca reato, chiunque introduce nel territorio nazionale animali da compagnia di cui all’allegato I, parte A, del regolamento (CE) n. 998/2003 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 maggio 2003, privi di sistemi per l’identificazione individuale, é soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 100 a euro 1.000 per ogni animale introdotto.
2. Salvo che il fatto costituisca reato, chiunque introduce nel territorio nazionale animali da compagnia di cui all’allegato I, parte A, del regolamento (CE) n. 998/2003 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 maggio 2003, in violazione dei requisiti previsti dalla legislazione vigente, é soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 500 a euro 1.000 per ogni animale introdotto. La sanzione non si applica se le violazioni sono regolarizzate nel rispetto di quanto disposto dalla legislazione vigente.
3. Salvo che il fatto costituisca reato, alla sanzione di cui al comma 2 é altresì soggetto chiunque trasporta o cede, a qualunque titolo, animali introdotti nel territorio nazionale in violazione di quanto previsto dai commi 1 e 2.
4. Si applica la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 1.000 a euro 2.000 per ogni animale introdotto se gli animali di cui ai commi 1, 2 e 3 hanno un’età accertata inferiore a dodici settimane o se provengono da zone sottoposte a misure restrittive di polizia veterinaria adottate per contrastare la diffusione di malattie trasmissibili proprie della specie.
Art 6. (Sanzioni amministrative accessorie).
1. Il trasportatore o il titolare di un’azienda commerciale che, nel periodo di tre anni, commette tre violazioni delle disposizioni previste dall’articolo 5, accertate in modo definitivo, é soggetto alla sospensione dell’autorizzazione per l’esercizio dell’attività per un periodo da uno a tre mesi. Se il periodo intercorrente tra le due violazioni é inferiore a tre mesi, é applicata la durata massima della sospensione.
2. Il titolare di un’azienda commerciale che, nel periodo di tre anni, commette tre violazioni delle disposizioni previste dall’articolo 13-bis, comma 3, del decreto legislativo 30 gennaio 1993, n. 28, accertate in modo definitivo, é soggetto alla sospensione dell’autorizzazione per l’esercizio dell’attività per un periodo da uno a tre mesi. Se il periodo intercorrente tra le due violazioni é inferiore a tre mesi, é applicata la durata massima della sospensione.
3. Il trasportatore che, nel periodo di tre anni, commette cinque violazioni delle disposizioni previste dall’articolo 5 della presente legge, o il titolare di un’azienda commerciale che, nel periodo di tre anni, commette cinque violazioni delle disposizioni previste dal medesimo articolo 5 della presente legge o dall’articolo 13-bis, comma 3, del decreto legislativo 30 gennaio 1993, n. 28, accertate in modo definitivo, é soggetto alla revoca dell’autorizzazione per l’esercizio dell’attività.
4. Il trasportatore o il titolare di un’azienda commerciale nei cui confronti é stata disposta la revoca dell’autorizzazione, ai sensi del comma 3, non può conseguire un’altra autorizzazione per l’esercizio della medesima attività prima di dodici mesi.
5. I soggetti che hanno accertato una violazione che prevede l’applicazione della sospensione o della revoca dell’autorizzazione del trasportatore o del titolare di un’azienda commerciale trasmettono all’autorità che l’ha rilasciata copia del verbale di contestazione e ogni altro documento utile all’adozione dei provvedimenti di sospensione o di revoca.

Art 7. (Procedimento di applicazione delle sanzioni amministrative).
1. Ai fini dell’accertamento e dell’irrogazione delle sanzioni previste dalla presente legge si applicano le disposizioni della legge 24 novembre 1981, n. 689, in quanto compatibili.
2. Quando una violazione delle disposizioni previste dall’articolo 5 della presente legge é commessa utilizzando un veicolo immatricolato all’estero, si applicano le disposizioni dell’articolo 207 del codice della strada, di cui al decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, e successive modificazioni.
3. Il veicolo sottoposto a fermo amministrativo ai sensi dell’articolo 207 del codice della strada, di cui al decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, e successive modificazioni, é affidato in custodia, a spese del responsabile della violazione, ad uno dei soggetti indicati nell’articolo 214-bis del medesimo codice, di cui al decreto legislativo n. 285 del 1992, e successive modificazioni. Gli animali sono ricoverati, a spese del responsabile della violazione, in un luogo che garantisca la tutela del loro benessere nel rispetto delle norme vigenti in materia.
4. L’entità delle sanzioni amministrative previste dalla presente legge é aggiornata ogni due anni in misura pari all’intera variazione, accertata dall’Istituto nazionale di statistica, dell’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati verificatasi nei due anni precedenti. A questo fine, entro il 1° dicembre di ogni biennio, il Ministro della salute, di concerto con i Ministri dell’economia e delle finanze e della giustizia, fissa, seguendo il criterio di cui al periodo precedente, i nuovi limiti delle sanzioni amministrative pecuniarie, che si applicano dal 1° gennaio dell’anno successivo. Tali limiti possono superare quelli massimi indicati nella legge 24 novembre 1981, n. 689. La misura delle sanzioni amministrative pecuniarie, aggiornata ai sensi delle disposizioni del presente comma, é oggetto di arrotondamento all’unità di euro, per eccesso se la frazione decimale é pari o superiore a 50 centesimi di euro, ovvero per difetto se é inferiore a tale limite.
5. Le autorità competenti all’irrogazione delle sanzioni amministrative previste dalla presente legge sono il Ministero della salute, le regioni e province autonome di Trento e di Bolzano, negli ambiti di rispettiva competenza.

Art 8. (Entrata in vigore).
1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

Animali: affido condiviso

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Con la sentenza del Tribunale di Roma avente n. 5322/2016, a causa di un vuoto normativo, il Giudice del suddetto tribunale, equipara l’affido del cane, attraverso l’analogia, con  le norme previste per i figli minori in caso di separazione.

Il caso de quo ha ad oggetto una donna che cita in giudizio il suo ex compagno perché da tre anni non vede Spilla, l’amica a quattro zampe che ha adottato quando conviveva con l’uomo e che ha trascritto a suo nome all’anagrafe canina.

Dopo tre anni l’amore tra i due conviventi finisce e Spilla rimane con lei, che pure consente all’ex compagno di tenerla con sè a periodi alterni.

Ad un certo punto però lui “rapisce” il cane con la scusa di tenerlo con sè nel fine settimana presso la casa in campagna.

Da quel momento Spilla non viene più restituita alla donna, che non vedrà il cane per almeno tre anni.

Con atto di citazione l’attrice chiedeva un risarcimento danni di € 15.000,00 per la sottrazione del cane.

Si costituiva l’ex  compagno chiedendo altrettanti € 15.000,00 per le spese sostenute.

Le due domande non troveranno accoglimento, ma ciò che rileva in tale pronuncia è che il giudice applica per analogia la disciplina prevista per i minori anche se la coppia non è sposata.

Il tutto è consentito da una parte dal vuoto normativo in materia e dall’altro dall’assimilazione dei rapporti more uxorio al matrimonio, che emerge sia dalla giurisprudenza a e sia dalla ora vigente legge Cirinnà n. 76/2016.

Il giudice in assenza di normative sul punto, sottolinea come nel nostro ordinamento manchi una norma di riferimento che disciplini l’affidamento di un animale domestico in caso di separazione dei coniugi  o dei conviventi.

Come spesso accade il legislatore è in ritardo rispetto al mutamento del costume e delle problematiche sociali (basti pensare che solo nel 2012 ha equiparato completamente lo status di figlio naturale  a quello di figlio legittimo  e che il riconoscimento giuridico dell’unione tra persone dello stesso sesso è avvenuta solo pochi mesi fa con la legge n. 76/2016.

Sempre più frequenti però, sono i casi in cui i coniugi, o comunque, persone che in regime di convivenza hanno posseduto un animale domestico, si rivolgono al giudice, costretto a creare un principio giuridico, per il suo affidamento.

Sul punto vi sono due pronunce significative : una del Tribunale di Foggia che, in una causa di separazione, ha affidato il cane ad uno dei coniugi, concedendo all’altro il diritto di visita per alcune ore determinate nel corso della giornata; l’altra del Tribunale di Cremona che, sempre in una causa di separazione , ha disposto l’affido condiviso del cane con obbligo di suddivisione al 50%delle spese per il suo mantenimento .

I due Tribunali , in assenza di una norma di riferimento , hanno applicato per analogia, la disciplina riservata ai figli minori.

L’interesse privilegiato dalle due pronunce, è stato esclusivamente quello materiale-spirituale- affettivo dell’animale.

Il giudice del Tribunale di Roma con la sentenza n. 5322/2016 ha aderito a tale orientamento che non fa altro che anticipare l’auspicabile approvazione ed entrata in vigore di una proposta di legge che “giace” in parlamento da molti anni, con cui si vorrebbe introdurre nel codice civile l’art. 455 ter (affido degli animali familiari in caso di separazione dei coniugi) che recita :

In caso di separazione dei coniugi, proprietari di un animale familiare, il Tribunale, in mancanza di un accordo tra le parti, a prescindere dal regime di separazione o di comunione dei bene e a quanto risultante dai documenti anagrafici dell’animale , sentiti i coniugi, conviventi, la prole, e, se del caso , esperti di comportamento animale, attribuisce l’affido esclusivo o condiviso dell’animale alla parte in grado di garantire il maggior benessere.

Il Tribunale è competente a decidere in merito all’affido di cui al presente comma anche in caso di cessazione more uxorio”.

Si è ritenuto peraltro nel caso di specie,  che,  l’affidamento condiviso sia applicabile anche se le parti non erano sposate, a differenza delle altre pronunce richiamate.

La proposta di legge indicata, infatti, estende la competenza del Tribunale a decidere dell’affido dell’animale anche alla cessazione della convivenza more uxorio, in quanto l’orientamento giurisprudenziale tende sempre di più ad equiparare la famiglia di fatto a quella fondata sul matrimonio.

Ciò che comunque più rileva è che, dal punto di vista del cane, che è l’unico che conta ai fini della tutela del suo interesse, non ha assolutamente alcuna importanza se le parti siano sposate o meno, giacchè il suo legame ed il suo affetto per entrambe prescinde assolutamente dal regime  giuridico che le legava, così come del resto lo è anche per i bambini, che pure la differenza percepiscono, nei confronti dei genitori.

Acquisto bulli: qualche passo per non sbagliare…

BULLO

E’ opportuno specificare che, il possessore di uno o più cani è obbligato ad applicare regole e leggi per la tutela dell’animale.

A tal fine si rendono noti i primi doveri dei proprietari:

L’ACQUISTO:
La Legge vieta la vendita di cani METICCI ed il suo commercio Decr. Leg. 30.12.1992 n. 529 (G.U. n. 007 suppl. ord. Dell’11.1.1993) attuazione direttiva 91/174/CEE relativa alle condizioni zootecniche e genealogiche che disciplinano la commercializzazione degli animali di razza.
La vendita prevista per soggetti di PURA RAZZA per i quali l’allevatore impiega ed impegna la riproduzione a norma delle leggi che ne fanno capo all’allevatore stesso con gli enti preposti : ENCI ed ASL.

Gli stessi animali sono dotati di iscrizione all’albo genealogico e possessori di pedigree.

IL MICROCHIP:
Mettere il microchip al cane è un obbligo di legge (spetta all’allevatore. Nel caso di possesso di cane ceduto senza microchip spetta al proprietario detentore).
La registrazione dei cani nelle banche regionali è un atto obbligatorio stabilito dalla legge n. 281 del 1991(legge quadro in materia di animali d’affezione e prevenzione del randagismo), concetto poi nell’Ordinanza 6 agosto 2008 (ordinanza recante misure urgenti per l’identificazione e la registrazione della popolazione canina) poi prorogata con un altra Ordinanza del 21/7/2010.

COSA ACCADE SE NON SI APPLICA IL MICROCHIP AL CANE:

° CONTRIBUITE AD INCREMENTARE IL RANDAGISMO E L’ABBANDONO DEI CANI.
° STATE VIOLANDO LA LEGGE.
° SIETE SANZIONABILI
° IN CASO DI SMARRIMENTO NON POTRETE ACCERTARNE LA PROPRIETA’
° NON E’ UN ATTO D’AMORE VERSO IL VOSTRO CANE.

DETENZIONE: PER IL GENITORE CHE NON CORRISPONDE L’ASSEGNO DI MANTENIMENTO

manette due

E’ solamente del 4 agosto 2016 la sentenza della Corte di Cassazione  Seconda Sez. Penale n. 34379/16 che privilegia la pena detentiva a quella pecuniaria per il genitore che omette di versare l’assegno di mantenimento al minore.

La Corte di Cassazione con questa decisione ritorna sui propri passi e a differenza delle vecchie pronunce fra cui la n. 33700 che favoriva la pena pecuniaria per il reato di mancato versamento degli alimenti, propende per applicare la pena detentiva al genitore, che nel caso di specie, non versava l’assegno di mantenimento a favore della figlia minore.

Gli Ermellini per l’applicazione della pena detentiva partono dal presupposto che, nel caso concreto, il soggetto obbligato non avrebbe versato l’importo di € 799,00 mensili per un periodo, affermano gli stessi “non breve” .

In sostanza la decisione si basa sul fatto che il genitore obbligato avrebbe omesso non solo di versare l’assegno di mantenimento per  intero ma, non avrebbe neanche  versato delle piccole somme a riprova della buona volontà, ma anzi avrebbe evitato di versare alcuna somma, per, come sottolineano gli Ermellini, “un periodo non breve…

Sicché, come affermato nella sentenza della Corte di Cassazione  Seconda Sez. Penale n. 34379/16 , va applicata la pena detentiva anziché quella pecuniaria nel caso in cui l’onerato ometta il versamento del mantenimento al figlio minore.

 

Registrazioni tra presenti: non è reato registrare una conversazione di nascosto con il cellulare

 

cellulare

Nuovo importante orientamento della Corte di Cassazione che con sentenza n. 24288/2016 ribadisce il concetto ormai cristallizzato dalle SS.UU.  n. 36747/2003 secondo cui : “ Le  registrazioni di conversazioni tra presenti, compiute di propria iniziativa da uno degli interlocutori, non necessitano dell’autorizzazione del giudice per le indagini preliminari, ai sensi dell’art. 267 c.p.p., in quanto non rientrano nel concetto di intercettazione in senso tecnico, ma si risolvono in una particolare forma di documentazione, che non è sottoposta alle limitazioni ed alle formalità proprie delle intercettazioni“.

Al riguardo le Sezioni Unite hanno evidenziato che, in caso di registrazione di un colloquio ad opera di una delle persone che vi partecipano attivamente o che siano comunque ammesse ad assistervi, difettano la compromissione del diritto alla segretezza della comunicazione, il cui contenuto viene legittimamente appreso soltanto da chi palesemente vi partecipa o vi assiste, e la “terzietà” del captante.

L’acquisizione dunque, al processo della registrazione dei colloquio può legittimamente avvenire attraverso il meccanismo di cui all’art. 234 c.p.p., comma 1, che qualifica documento tutto ciò che rappresenta fatti, persone o cose mediante la fotografia, la cinematografia, la fonografia o qualsiasi altro mezzo.

Il nastro contenente la registrazione non è altro che la documentazione fonografica dei colloquio, la quale può integrare quella prova che diversamente potrebbe non essere raggiunta e può rappresentare (si pensi alla vittima di un’estorsione) una forma di autotutela e garanzia per la propria difesa, con l’effetto che una simile pratica finisce col ricevere una legittimazione costituzionale” (Cass. Sez. Un. 28-5-2003 n. 36747).

Nel caso preso in esame dalla Cassazione con Sentenza n. 24288/2016 si trattava di una donna condannata per concorso in estorsione, che aveva sostenuto l’inutilizzabilità della registrazione fonografica riguardante un colloquio svoltosi tra presenti ad opera della parte offesa su sollecitazione dei carabinieri che, che in quel contesto avevano poi proceduto all’arresto della donna.

La Cassazione nel caso di specie arriva a dichiarare che essendo la registrazione avvenuta su esclusiva iniziativa di parte  deve dichiararsi lecita e non necessita di autorizzazione del Gip ex art. 267 c.p. potendo essere legittimamente utilizzata nel processo.

Il diritto all’assegno di mantenimento: continua se con il nuovo compagno non c’è condivisione delle spese.

carta di credito

La giurisprudenza di legittimità è sempre stata conforme nel ritenere che l’attribuzione dell’assegno di mantenimento o divorzile dovesse rappresentare un aiuto per permettere al coniuge economicamente meno forte di conservare un tenore di vita uguale a quello sostenuto in costanza di matrimonio.

Presupposto indispensabile per il suo riconoscimento è la sussistenza di situazioni di palese difficoltà economica del coniuge avente diritto e l’inadeguatezza dei suoi redditi a far fronte ad esigenze di vita quotidiane.

Altro presupposto per il versamento dell’assegno di mantenimento è caratterizzata dal fatto che il richiedente l’assegno di mantenimento non abbia deciso di avviare una convivenza con un nuovo partner.

La giurisprudenza maggioritaria sul punto è sempre stata concorde nell’escludere al partner che inizia una nuova relazione, basata sulla convivenza “more uxorio”, il diritto di pretendere di essere mantenuto dall’ex-coniuge.

Le motivazioni sottese a tale orientamento sono da rintracciarsi nel fatto che iniziare un rapporto sentimentale che conduce all’automatico formarsi di nuova “famiglia di fatto” connotata sempre da stabilità e continuità, fa venir meno la necessità di mantenere un tenore economico uguale a quello goduto nella precedente relazione matrimoniale.

Cambiamento di tendenza della Corte di Cassazione:

La Corte di Cassazione con una recente ordinanza la n. 4175 del 2 febbraio 2016 ha sostanzialmente rivisto tali principi cardine, adeguandoli al caso sottoposto al suo esame.

La vicenda da cui trae origine la decisione della Corte di cassazione ha come protagonista un ex marito che aveva chiesto la revoca dell’assegno di divorzio perché la ex moglie aveva intrapreso una convivenza con un altro uomo.

I giudici di merito non hanno infatti accolto il suo ricorso, giacché dopo aver attentamente esaminato la situazione economico-reddituale della donna hanno evidenziato che non disponeva di redditi adeguati e sufficienti ad assicurarle un tenore di vita dignitoso.

La donna svolgeva infatti un‘attività lavorativa “in nero” e saltuaria ed inoltre le era stata revocata anche l’assegnazione della casa familiare, nella quale aveva vissuto prima della separazione.

La revoca era legata all’autonomia del figlio di 35 anni che non viveva più insieme a lei, essendo inoltre economicamente indipendente.

Ne conseguiva che non c’era la necessità di assicurargli un habitat domestico al fine di non destabilizzare le sue abitudini di vita. Il marito non si è rassegnato e ha proposto ricorso per Cassazione che però ha confermato la sentenza della Corte d’Appello.

Pertanto la nuova convivenza non sempre esclude l’assegno divorzile.

I Giudici di Legittimità, di fronte alle doglianze dell’uomo che ribadiva di percepire solo un reddito mensile di mille euro, hanno invece evidenziato come il suo reddito ammontava ad oltre 18 mila euro che lui percepiva in qualità di dipendente (operatore economico) comunale.

Secondo i predetti  inoltre, poteva escludersi la pretesa della donna a ricevere l’assegno solo qualora la nuova relazione intrapresa dalla stessa avesse comportato una condivisione totale delle spese con il nuovo compagno e la nascita di una stabile e continuativa convivenza, situazione che nel caso di specie non si era verificata.

Pertanto, l’ex marito dovrà rassegnarsi a versarle l’assegno di divorzio pari a 250 euro mensile.

VIOLENZA SESSUALE

 

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“La conclusione del rapporto sessuale, anche se consenziente può avere conseguenze significative tali da trasformare un rapporto sessuale voluto in uno non voluto”.

A questa conclusione è arrivata la Corte di Cassazione del 7 marzo 2016 con la pronuncia avente n. 9221/16.

In particolare la Terza Sezione penale arriva a sostenere che nel caso di reato di cui all’art. 609 bis c.p. occorre tenere conto anche della conclusione del rapporto sessuale iniziato.

Occorre considerare la libertà di autodeterminazione dei due partners,  sicchè laddove l’eiaculazione avvenga contro la volontà del partner dissenziente, questo caratterizza in negativo il rapporto sessuale che il partner aveva accettato (o anche desiderato) a determinate condizioni.

Le relazioni sessuali, per la loro variegabilità, costituiscono uno degli essenziali modi di espressione della persona umana, rientranti tra i diritti inviolabili tutelabili costituzionalmente.

Se da un  lato però la libertà sessuale va intesa come libertà di espressione e di autodeterminazione afferrente alla sfera esistenziale della persona – e dunque inviolabile- è del pari innegabile che tale libertà non  è indisponibile, occorrendo una forma di collaborazione reciproca tra i soggetti  che vengono in relazione (sessuale) tra loro: collaborazione che deve però permanere senza soluzioni di continuità e incertezza comportamentali per l’intera durata del rapporto.

La Corte Suprema precisa inoltre che, sul tema dell’abuso sessuale determinato da un mutamento dell’originario consenso iniziale, fanno si che anche una conclusione del rapporto sessuale , magari inizialmente voluto, ma proseguito con modalità sgradite o comunque non accettate dal partner, rientri a pieno titolo nel delitto di violenza sessuale.

L’eiaculazione interna, così come ben specificato dalla predetta Cassazione rappresenta, peraltro, una delle tante modalità di conclusione di un rapporto sessuale che può incidere sulla sua spontaneità e libertà reciproca fino a trasformarlo in atto sessuale contrario alla volontà di uno dei due protagonisti.

Né può ridursi il momento dell’eiaculazione ad un segmento “neutro” dell’atto sessuale, soprattutto se non desiderato o comunque condiviso dal partner, in quanto l’eiaculazione in vagina, in determinati contesti spazio-temporali, può avere conseguenze significative tali da trasformare un rapporto sessuale voluto in uno non voluto: ed è indubbio che il modo di conclusione del rapporto può assumere un significato invasivo tale da incidere sulla iniziale libertà di autodeterminazione del partner.

 

 

MANTENIMENTO: L’EX RISCHIA UNA CONDANNA PENALE SE NON VERSA IL MANTENIMENTO ANCHE SE IL CONIUGE RITORNA A VIVERE DAI SUOI GENITORI.

 

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A questa soluzione è arrivata la Corte di Cassazione Penale con sentenza n.3741 del 28.01.2016, rigettando il ricorso presentato dall’ex marito.

In particolare nel caso di specie il ricorrente in fatto al punto d) adduceva come giustificazione al mancato versamento degli alimenti il miglioramento delle condizioni di vita della ex moglie in quanto, la stessa, era ritornata a vivere presso l’abitazione dei propri genitori.

La Corte di Cassazione con tale sentenza ha ritenuto inconsistente tale affermazione ritenendo che “il pur ipotetico miglioramento delle condizioni di vita  della signora, grazie all’ausilio dei genitori, non incide in alcun modo sulla persistenza, in capo al prevenuto, dell’obbligo, la cui violazione implica la fattispecie prevista e punita dall’art. 570 c.p.”

“Il Comune è condannato al risarcimento del danno nei confronti dei genitori, qualora il minore sia immotivatamente allontanato da casa ad opera dei servizi sociali”.

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A questa soluzione sono arrivati gli Ermellini con sentenza della Corte di cassazione n. 20928 del 16 ottobre 2015 che ha respinto il ricorso presentato dal Comune di Nova milanese contro la decisione con la quale la Corte d’Appello meneghina ha accordato ai genitori di una bimba ingiustamente allontanata da casa il danno biologico e morale.

L’ente locale risponde per la negligenza dei suoi dipendenti che devono adottare i provvedimenti solo in caso di abbandono morale o materiale.

Il Comune con tale orientamento giurisprudenziale è tenuto a risarcire i genitori del minore immotivatamente allontanato da casa dai servizi sociali.

Infatti l’ente locale risponde per la negligenza dei suoi dipendenti che devono adottare i provvedimenti solo in caso di abbandono morale o materiale.

Nel caso di specie  la minore , su segnalazione della maestra, era stata sottratta ai genitori sospettati di aver abusato sessualmente di lei.

Un’accusa che non aveva trovato alcun fondamento e che, al contrario, era stata smentita.

Ora l’ente locale risponde per la leggerezza con la quale i suoi dipendenti hanno trattato il caso: il Tribunale dei minori non era stato neppure allertato.

In tale sentenza i Giudici chiariscono oltretutto anche quali sono i poteri del Sindaco.

Nella sentenza n.  20928 del 16 ottobre 2015 si legge infatti che il primo cittadino ha il potere di intervento diretto sull’ambiente familiare solo in caso di abbandono morale e materiale (trascuratezza, mancanza di cure essenziali, percosse, ambiente insalubre e pericoloso) e in genere per situazioni di disagio minorile palesi, evidenti o comunque di agevole e indiscutibile accertamento, al fine di adottare in via immediata i provvedimenti di tutela  tangibili e urgenti, che si appalesano necessari.

Infine nella predetta  sentenza i Supremi giudici ricordano inoltre che, le Tabelle di Milano vanno sempre contestualizzate rispetto al caso concreto e che il danno morale, pur liquidato nell’ambito di quello biologico, è una voce che non scompare ma, al contrario, deve essere calcolato nella voce più ampia in modo che il risultato sia un ristoro adeguato.

“COMMETTE VIOLENZA SESSUALE IL MARITO CHE COSTRINGE LA MOGLIE AD AVERE RAPPORTI INTIMI ANCHE SE LEI NON SI OPPONE”

donne vittime di violenza

Sentenza n. 39865 del 05/10/2015 Sez. III penale

Commette violenza sessuale il marito, violento e pericoloso, che obbliga la moglie ad avere rapporti intimi con lui, soprattutto se da tempo la coppia ha perso da tempo l’intimità. E’ da escludere che sussista un diritto assoluto del coniuge al compimento di atti sessuali come mero sfogo dell’istinto sessuale contro la volontà del partner, tanto più se tali rapporti avvengano in un contesto di sopraffazione, infedeltà e/o violenze che costituiscono l’opposto rispetto al sentimento di stima, affiatamento e reciproca solidarietà in cui il rapporto sessuale si pone come una delle tante manifestazioni. Bene dunque sottolineare che perché si configuri il reato previsto dall’art. 609 bis c.p. è sufficiente qualsiasi forma di costringi mento psico-fisico che incida sull’altrui libertà di autodeterminazione. Il rapporto coniugale non fa sì che un coniuge sia oggetto di possesso dell’altro. Laddove l’atto sessuale venga compito quale mera manifestazione di possesso del corpo, esso acquista rilevanza penale. Né basta ad escludere il reato la circostanza che la donna non si opponga palesemente ai rapporti sessuali, subendoli, laddove, risulti la prova che l’agente, per le violenze e minacce poste in essere nei riguardi della vittima in un contesto di sopraffazione ed umiliazione, abbia la consapevolezza di un rifiuto implicito da parte del coniuge- vittima al compimento di atti sessuali”.

A questa conclusione è arrivata la III Sez. penale con la sentenza n. 39865.

Venendo ad analizzare la massima in termini più pratici, “Commette violenza sessuale il marito, violento e pericoloso, che costringe la moglie ad avere rapporti sessuali quando nella coppia l’intimità è venuta meno da tempo.”

E’ categoricamente da escludere quindi che sussistita un diritto assoluto del coniuge al compimento di atti sessuali come mero sfogo dell’istinto sessuale contro la volontà del partner.

Affinché si configuri il reato di cui all’art. 609 bis c.p. è sufficiente qualsiasi forma di costringimento psico-fisico che incida sull’altrui libertà di autodeterminazione.

Il rapporto coniugale pertanto, non giustifica che un coniuge sia oggetto di possesso dell’altro.

Quindi laddove l’atto sessuale venga compiuto quale mera manifestazione di possesso del corpo, esso acquisisce rilevanza penale.

E’ importante per capire meglio la questione che non basta a escludere il reato la circostanza che la donna non si opponga palesemente ai rapporti sessuali, subendoli.

La Suprema Corte ha difatti sancito il principio tale per cui che se da un lato la libertà sessuale va intesa come libertà di espressione  e di autodeterminazione afferente alla sfera esistenziale della persona, e come tale inviolabile, è comunque innegabile che tale libertà non è indisponibile “occorrendo pur sempre una forma di collaborazione reciproca tra i soggetti che vengono in relazione (sessuale) tra di loro”.

E’ reato ex art. 570 c.p. se il genitore onerato non versa l’assegno mensile per il sostentamento del minore

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La Cassazione penale n. 34269/12 ha nuovamente ribadito che:

L’obbligo di fornire mezzi di sussistenza al figlio minore scaturisce esclusivamente dalla qualità di genitore e dalla ricorrenza delle condizioni stabilite dalla legge prescinde dall’efficacia prescindendo dalla stessa esistenza di un provvedimento giudiziale: ne consegue che deve essere affermata una responsabilità penale ex art. 570 c.p. del genitore onerato che non versa l’assegno mensile per il sostentamento del minore a nulla rilevando che quest’ultimo, dopo la morte del genitore affidatario, percepisca comunque la relativa pensione di reversibilità”.

Ciò posto si aprono le porte del carcere per il genitore che non versa l’assegno stabilito dal Giudice per il figlio minore.

Non contano i pagamenti saltuari e la contribuzione delle spese mediche e scolastiche.

L’obbligo di apprestare i mezzi di sussistenza scaturisce dal solo fatto di essere genitore del minore e non viene meno anche se il bambino risulta assistito economicamente sotto altre forme, compreso nel caso di specie il caso dell’assegno previdenziale.

L’assegno di mantenimento del figlio va versato anche ad agosto

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“Il mantenimento del figlio va versato anche ad agosto”

A questa soluzione è giunta la Nona sezione civile del Tribunale di Milano con la sentenza del 1^ Luglio 2015.

“Il Giudice della Famiglia, regolando la contribuzione del genitore non convivente, stabilisce una somma astratta in un’unica soluzione, quantificandola sostanzialmente, in moneta: ogni anno, in via anticipata, il padre è tenuto a versare alla madre l’importo stabilito.

Trattandosi di un onere rilevante, al solo fine di agevolare il debitore, il Giudice po’ però stabilire che il pagamento avvenga in misura rateale o frazionata, in linea con la previsione che può assistere le obbligazioni pecuniarie in generale.

Ciò soprattutto dove lo sia stesso debitore a richiederlo.

Da qui la prassi di fissare l’assegno di mantenimento dei figli secondo rate mensili, dunque dodici: ne consegue che, nessuna sospensione o riduzione per il mese di agosto (o estivi in generale) è ipotizzabile poiché quell’importo non costituisce altro se non la “rata” della somma globale che va somministrata per quella periodicità”   

E’ chiaro dunque il principio secondo il quale il  genitore non collocatario del minore è tenuto a corrispondere l’assegno di mantenimento anche nel periodo estivo quando il minore trascorre tale  periodo  con il medesimo.

E’ difatti esclusa ogni sospensione o riduzione del trattamento economico poiché il contributo a carico dell’onerato è una somma che viene astrattamente frazionata per comodità del debitore.

In parole semplici il Giudice della famiglia stabilisce e regola la contribuzione dell’onerato, stabilendo una somma in monete e ogni anno il genitore non convivente con il figlio è tenuto a versare all’altro la cifra stabilita.

Trattandosi di un onere rilevante il Giudice consente all’onerato di frazionare il debito in rate mensili suddivise in 12 mesi.

 Ecco perché il genitore non convivente non può rifiutarsi di versare l’assegno di mantenimento nel mese di agosto o in altro periodo estivo in cui tiene il figlio con sé adducendo tale motivazione quale causa della mancata corresponsione dell’assegno, in quanto il versamento inerente il periodo di agosto costituisce infatti la quota di una somma globale somministrata per quella periodicità e determinata per tutte le necessità del minore.

RICONOSCIMENTO E DISCONOSCIMENTO DELLA PATERNITA’

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PATERNITA’ DEL MARITO:

In caso di separazione dei coniugi non è rara l’eventualità che possano sorgere dei  dubbi circa la paternità da attribuire a un figlio concepito durante la separazione stessa.

Le norme che regolano tale fattispecie della presunzione di paternità sono riportate negli artt. 231 c.c. il quale recita:” Il marito è padre del figlio concepito durante il matrimonio”.

In merito alla presunzione di concepimento  durante il matrimonio  e disconoscimento di paternità sono di aiuto gli articoli seguenti .

In particolare l’art. 232 c.c. afferma: ”Si presume concepito durante il matrimonio il figlio nato quando sono trascorsi 180 gg. dalla celebrazione del matrimonio e non sono ancora trascorsi trecento giorni dalla data di annullamento, dello scioglimento o della cessazione degli effetti civili del matrimonio.

La presunzione non opera decorsi trecento gg. dalla pronuncia di separazione giudiziale, o della omologazione di separazione consensuale, ovvero dalla data di comparazione dei coniugi avanti al giudice di separazione o dei giudizi dei commi precedenti”.

Per ciò concerne l’eventuale riconciliazione dei coniugi separati è necessario precisare che la Corte di Cassazione con sentenza del 23 gennaio 1984 n. 541 ha stabilito che . “In caso di riconciliazione fra i coniugi , già autorizzati a vivere separati nel corso di procedimento di separazione personale, riprende ad operare la presunzione di concepimento durante il matrimonio di cui all’art. 232, I° comma c.c., con a conseguenza che il figlio nato dopo la riconciliazione, avvenuta prima del decorso di trecento gg. da quella autorizzazione, si reputa legittimo, salva l’azione di disconoscimento”.

NASCITA DEL FIGLIO PRIMA DEI 180 GG O DOPO I 300 GG

Molto importante è anche l’art. 233 che regola i casi di nascita del figlio prima dei 180 gg e che in merito dispone: ” Il figlio nato prima che siano trascorsi centottanta giorni dalla celebrazione del matrimonio è reputato legittimo se uno dei coniugi, o il figlio stesso non ne disconoscono la paternità”  .

Per quanto riguarda, invece, il figlio nato dopo che siano trascorsi trecento giorni dalla data del matrimonio, il caso è disciplinato dall’art. 234 c.c. il quale dispone che :” Ciascuno dei coniugi  ed i loro eredi possono provare che il figlio, nato dopo i trecento giorni dall’annullamento, dallo scioglimento o dalla cessazione degli effetti civili del matrimonio, è stato concepito durante il matrimonio. Possono analogamente provare il concepimento durante la convivenza quando il figlio sia nato dopo i trecento giorni  dalla pronuncia di separazione  giudiziale, o dalla omologazione di separazione consensuale, ovvero dalla data di comparazione dei coniugi avanti al giudice quando gli stessi sono stati autorizzati a vivere separatamente nelle more del giudizio di separazione o dei giudizi previsti nel comma precedente . In ogni caso il figlio può proporre azione per reclamare lo stato di legittimo”.

DISCONOSCIMENTO DELLA PATERNITA’

Ci sono alcuni casi espressamente previsti dalla Legge, in cui può essere promossa l’azione per il disconoscimento di paternità anche quando il figlio sia stato concepito durante il matrimonio.

Il disconoscimento di paternità è previsto dall’art. 235 c.c. nei seguenti casi:

1)   Se i coniugi non hanno coabitato nel periodo compreso tra trecentesimo e centottantesimo giorno prima della nascita;

2)    Se durante il tempo predetto il marito era affetto da impotenza, anche se soltanto generandi;

  • Se nel detto periodo la moglie ha commesso adulterio o ha tenuto celata al marito la propria gravidanza e la nascita del figlio. In tali casi il marito è ammesso a provare che il figlio presenta caratteristiche genetiche o del gruppo sanguigno incompatibili con quelle del presunto padre, o ogni altro fatto tendente ad escludere la paternità.

La predetta azione di disconoscimento può essere esercitata anche dalla stessa  madre o dal figlio, quando questi ha raggiunto la maggiore età, in tutti i casi in cui può essere esercitata dal padre.

Per quanto riguarda il divieto del riconoscimento della paternità nei casi 1) e 2) del predetto art. 235 c.c., occorre tener conto di quanto stabilito dall’art. 9 della Legge 19 febbraio 2004, n. 40 in materia di procreazione medicalmente assistita   .

Inoltre, la Corte Costituzionale, con sentenza del 6 luglio 2006, n. 266, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del n. 3), sempre del predetto art. 235 c.c., nella parte in cui ai fini dell’azione di disconoscimento della paternità, subordina l’esame delle prove tecniche, da cui risulta “ che il figlio presenta caratteristiche genetiche o del gruppo sanguigno incompatibili con quelle del presunto padre”, alla previa dimostrazione dell’adulterio della moglie.

Carcere per l’affidatario del bambino che si trasferisce all’estero senza avvertire l’ex coniuge.

Rischia il carcere l’affidatario del bambino che si trasferisce all’estero senza avvertire l’ex compromettendo, in questo modo, il diritto di visita dell’altro genitore. Inoltre, ai fini della configurabilità dell’illecito non è necessario che  il provvedimento del giudice sia già esecutivo.”

E’ arrivata a queste conclusioni la Corte di Cassazione con sentenza n.33983 del 3 agosto 2015, la quale ha respinto il ricorso di una donna che si era trasferita all’estero con il figlio affidatole dal Giudice della separazione.

La donna ha evitato il carcere solo perché il reato si è prescritto. Dovrà comunque risarcire l’altro coniuge per il disagio creato.

Su tale punto, i Supremi Giudici hanno spiegato che in tale materia “si intersecano opposte esigenze di tutela dell’esercizio di diritti fondamentali, quali quelli del minore a un rapporto equilibrato con entrambi i genitori, cui corrisponde il diritto di ciascuno di essi a tutelare il legame con i propri figli, ed il diritto di libertà e di stabilimento di ciascun genitore, il cui opportuno  contemperamenti esige l’intervento del giudice”.

La conseguenza di tale previsione, non è quella di porre un limite alla libertà di movimento del genitore affidatario, ma di individuare la possibilità di conciliare, con nuove prescrizioni, i diritti degli altri componenti  della famiglia.

L’applicazione della fattispecie richiamata non può considerarsi conseguenza di una impropria e illegittima imposizione di una limitazione della libertà di stabilimento del coniuge affidatario, contrastante con i principi contenuti nella convenzione Dell’Aja, ma effetto della concreta limitazione dei diritti della controparte alla cui tutela era funzionale la previsione giudiziale sul diritto di visita, disattesa con modalità concretamente elusive.

Ciò perché l’elusione dell’esecuzione di un provvedimento del Giudice civile che riguardi l’affidamento di un minore può concretarsi in un qualunque comportamento da cui derivi la frustrazione di  quelle legittime pretese altrui, ivi compresi gli atteggiamenti di mero carattere omissivo, quando questi siano finalizzati ad ostacolare ed impedire di fatto l’esercizio del diritto di visita e di frequentazione  della prole.

Riduzione dell’assegno di mantenimento

E’ di pochi giorni fa la decisione della Cassazione in merito alla decorrenza della revisione dell’assegno di mantenimento.

La stessa Corte ha sancito con Ordinanza n. 16173/15 che :”In materia di revisione dell’assegno, il diritto  a percepirlo di un coniuge ed il corrispondente obbligo a versarlo dell’altro, nella misura e nei modi stabiliti nella sentenza di separazione o dal verbale di omologazione, conservando la loro efficacia sino a quando non intervenga la modifica di tale provvedimento rimanendo del tutto ininfluente il momento in cui di fatti sono maturati i presupposti per la modificazione o la soppressione dell’assegno, con la conseguenza che, in mancanza di specifiche disposizioni revisione non può avere efficacia retroattiva: resta del tutto irrilevante il momento in cui maturano i presupposti per modificare il trattamento economico, la decisione giurisprudenziale di revisione non può avere decorrenza anticipata al momento dell’accadimento normativo, rispetto alla domanda  di modificazione

Ecco le importanti novità previste dalla Cassazione :

La decorrenza della riduzione dell’assegno da corrispondere all’ex coniuge non può agire retroattivamente, ma deve cominciare dalla modifica del provvedimento.

Con la predetta Ordinanza la Cassazione accoglie un solo motivo di ricorso di una donna contro la decisione della Corte d’appello di Napoli che, erroneamente, aveva determinato la decorrenza della riduzione dell’assegno che il marito era tenuto a versarle, prima della stessa proposizione della domanda.

Secondo il giudice di merito, le condizioni dell’uomo erano mutate, a causa del licenziamento e dell’impossibilità dello stesso, per ragioni di salute, di trasferirsi in un’altra città che gli avrebbe consentito di lavorare.

Era, pertanto, opportuno ridurre l’entità dell’assegno mensile (850 euro).

La donna, tra gli altri motivi di ricorso presentati in Cassazione, rilevava che il giudice di secondo grado aveva sbagliato a determinare la decorrenza della riduzione del contributo mensile, e cioè precedentemente alla data di proposizione della domanda per modificare i provvedimenti relativi alla separazione dei coniugi.

Sul punto, la donna ha ragione e il suo ricorso viene accolto.

Come ricordano gli “Ermellini”, «in materia di revisione dell’assegno, il diritto a percepirlo di un coniuge e il corrispondente obbligo a versarlo dell’altro, nella misura e nei modi stabiliti dalla sentenza di separazione o dal verbale di omologazione, conservano la loro efficacia, sino a quando non intervenga la modifica di tale provvedimento, rimanendo del tutto ininfluente il momento in cui di fatto sono maturati i presupposti per la modificazione o la soppressione dell’assegno, con la conseguenza che, in mancanza di specifiche disposizioni la decisione giurisdizionale di revisione non può avere decorrenza anticipata al momento dell’accadimento innovativo, rispetto alla data della domanda di modificazione».

La Cassazione accoglie il quarto motivo di ricorso della donna e rigetta nel resto il ricorso.

COPPIE DI FATTO:DIRITTI E DOVERI

 

segui la strada

Nella società di oggi sempre più giovani preferiscono la convivenza piuttosto che il matrimonio.Vediamo quali sono nello specifico le differenze dei diritti e doveri di queste due tipologie di coppie.

Sposati e conviventi a confronto

Quali sono le difficoltà e i limiti che le coppie di fatto sono costrette ad affrontare?

Per ciò che concerne la Salute il coniuge ha diritto ad assistere il partner in ospedale e a essere informato sul suo stato di salute.

Il convivente, invece, non ha diritto di accesso alla cartella clinica del partner, non ha diritto a permessi nel caso quest’ultimo di ammali e non può autorizzare interventi medici urgenti e rischiosi per il proprio compagno.

Con riguardo alla Successione: al coniuge spetta di diritto una quota del patrimonio del consorte defunto di cui non può essere privato.

Allo stesso modo la pensione di reversibilità e il trattamento di fine rapporto.

In caso di morte  del convivente, il superstite non rientra tra gli eredi legittimi, ma potrà essere nominato erede solo in presenza di un testamento in suo favore e solo per la quota disponibile, fatti salvi i diritti degli eventuali legittimari.

Il superstite non ha inoltre diritto a percepire il Tfr e la pensione di reversibilità del convivente.

Riguardo alla Casa: Il coniuge superstite ha il diritto di abitazione nella casa adibita a residenza familiare e di uso dei mobili che la corredano.

Il convivente, invece, non ha alcun diritto sulla casa adibita a residenza comune se questa è di proprietà del partner o da questi detenuta con contratto di locazione.

Può quindi essere allontanato.

Per ciò che concerne i Figli  non sussiste più alcuna differenza tra i figli nati nella convivenza e quelli nati nel matrimonio.

In entrambi casi l’affidamento dei figli è stabilito in base al criterio dell’interesse del minore ed è possibile rivolgersi al Tribunale ordinario.

Se ci fosse disaccordo interviene il Tribunale.

Dopo la cessazione della convivenza, il genitore ha l’obbligo di mantenere il figlio che convive con il genitore affidatario.

 

CANI IN SPIAGGIA

 

 

01072008455

Ecco arrivata l’estate, e come ogni anno per chi è detentore inizia il problema della ricerca di un luogo dove Fido possa accedere tranquillamente senza il rischio di sanzioni.

In particolare per tutti coloro che si recheranno al mare con il proprio Amico peloso è opportuno che facciano attenzione a determinati divieti.

Nello specifico per poter vietare l’ingresso ai bagnati con Fido al seguito, occorre che i Comuni emettano un’ordinanza che preveda:

– il divieto motivato,

– l’estensione oraria  di tale divieto;

– e che la medesima ordinanza sia firmata dal Sindaco.

Se manca anche solo una di queste indicazioni l’ordinanza non è valida! Altrimenti, seppure in presenza di una ordinanza regolarmente firmata, il divieto è da considerarsi nullo!

Occorre pertanto, verificare che esistano realmente le ordinanze e che i cartelli di divieto contengano le informazioni regolamentari. In caso contrario qualunque richiesta di allontanarsi dalla spiaggia con il proprio cane fatta anche con i vigili è illegale e ogni multa è impugnabile davanti al Giudice di Pace senza essere preventivamente pagata.

Interessante sotto questo profilo è la sentenza del Tar della Calabria che ha dichiarato “illegittimo” il divieto di portare Fido sotto l’ombrellone in quanto munito di status giuridico.

I magistrati calabrese erano stati chiamati a decidere sul ricorso presentato da alcune associazioni ambientalistiche contro l’ordinanza con la quale, nell’estate del 2013, il Comune di Melito di Porto Salvo aveva interdetto a quattro zampe e affini l’ingresso ai lidi. Di fronte alle proteste il Municipio Melitese aveva subito innestato la marcia indietro, ma il contenzioso ha seguito il suo corso e poco tempo fa è arrivato il verdetto. Sfavorevole all’ente poiché hanno sentenziato i giudici , “la scelta da esso adottata risulta irragionevole, illogica , irrazionale: l’amministrazione avrebbe dovuto individuare le misure comportamentali più adeguate, piuttosto che porre un divieto assoluto all’accesso all’arenile”. Anche perchè “l’ordinanza impugnata contrasta con la finalità di realizzare un corretto rapporto uomo-animale-ambiente, costituendo un limite non consentito alla libera circolazione degli individui. Ovvero delle persone , ma pure dei cani , al pari dei loro amici bipedi riconociuti titolari di tutela giuridica e di precisi diritti.

Si riporta di seguito il testo integrale della sentenza del TAR della Calabria:

TAR Calabria – Annullata ordinanza “no cani in spiaggia libera” di Melito di Porto Salvo

(Sentenza del TAR Calabria n. 225 del 28 maggio 2014. Tratta dal sito dei Tribunali Amministrativi regionali).

SENTENZA

(omissis)

contro

Comune di Melito di Porto Salvo (omissis)

per l’annullamento

dell’art. 4 lett. G) dell’ordinanza prot. n. 9556 emessa dal Responsabile dell’Area Tecnica del Comune di Melito di Porto Salvo in data 10\5\13 nella parte in cui vieta ai conduttori di animali di poter accedere alle spiagge libere durante la stagione balneare.
Visti il ricorso e i relativi allegati;
Visto l’atto di costituzione in giudizio del Comune di Melito di Porto Salvo;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell’udienza pubblica del giorno 16 aprile 2014 la dott.ssa Angela Fontana e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO e DIRITTO

  1. Il Comune di Melito di Porto Salvo ha emesso in data 10 maggio 2013 l’ordinanza balneare 9556, il cui art. 4, lett g), vieta ai conduttori di animali l’accesso alle spiagge libere durante la stagione balneare.

Tale ordinanza – avente efficacia annuale – è stata emanata in attuazione dell’art. 34 del Piano Comunale di Spiaggia (approvato dalla Provincia di Reggio Calabria e recepito dal medesimo Comune con deliberazione del consiglio comunale n 39 del 14 giugno 2012), nonché del Regolamento per la disciplina delle funzioni del Demanio marittimo (approvato dal consiglio comunale con la deliberazione n. 67 del 9 ottobre 2012).

L’art. 32 del citato Regolamento prevede norme di utilizzo delle aree destinate alla libera balneazione e dispone che il Comune “ne garantisce il decoro, l’igiene, la pulizia”.

  1. Con il ricorso in epigrafe n. 357 del 2013, le ricorrenti chiedono l’annullamento dell’art. 4, lett. g), della citata ordinanza nella parte in cui ha vietato ai conduttori di animali di accedere alle spiagge libere durante la stagione balneare.

Le associazioni affidano le censure ad un unico motivo di ricorso, nel quale deducono la sussistenza di profili di eccesso di potere per irragionevolezza, la violazione del principio di proporzionalità ed il difetto di motivazione, nonché la violazione degli artt. 13 e 16 della Costituzione.

Secondo la prospettiva delle ricorrenti, l’ordinanza gravata non conterrebbe una adeguata motivazione in ordine ai presupposti che sono stati posti a base del divieto assoluto di conduzione di animali sulle spiagge libere: sia che si tratti di ragioni legate all’igiene che di ragioni legate alla sicurezza dei bagnanti , esse si sarebbero potute adeguatamente tutelare attraverso specifiche disposizioni sui comportamenti dei padroni degli animali. La mancata previsione di zone di spiaggia pet friendly sconfesserebbe un principio pur ribadito nella legislazione regionale e che si esprime nella esigenza di favorire sul territorio un corretto rapporto uomo-ambiente-animale (v. la legge regionale della Calabria n. 41 del 1990).

  1. L’Amministrazione resistente si è costituita in giudizio, ribadendo la legittimità degli atti impugnati ed anzitutto deducendo la inammissibilità del ricorso per mancata impugnativa nei termini sia del Regolamento demaniale che del Piano Comunale di Spiaggia, i quali dovrebbero essere qualificati come atti presupposti immediatamente lesivi degli interessi delle ricorrenti.
  2. Questo Tribunale – con l’ordinanza n. 174 del 2013 – ha accolto la domanda cautelare di sospensione dell’efficacia del provvedimento (nei limiti richiesti dalle ricorrenti), sollecitando il Comune ad individuare due tratti di spiaggia libera ove consentire l’accesso ai conduttori di animali con tutte le disposizioni idonee a garantire il decoro, l’igiene e la pulizia, secondo quanto previsto dall’art. 32 del Piano Spiaggia.

Il Comune – in esecuzione della ordinanza cautelare – con il provvedimento n 15495 del 5 agosto 2013 ha “rettificato” l’art. 4, lettera g), ed ha individuato temporaneamente e solo per la stagione estiva 2013 due tratti di spiaggia “animal friendly”, rispettivamente in località Manti ed in Località Pilati.

Con una memoria depositata il 10 febbraio 2014, l’Amministrazione, in considerazione della emanazione del provvedimento succitato, ha chiesto che venga dichiarata la cessazione della materia del contendere.

All’udienza del 16 aprile 2014, la causa è stata trattenuta in decisione.

  1. Preliminarmente il Collegio ritiene non accoglibile la richiesta formulata dall’Amministrazione resistente e finalizzata ad ottenere una sentenza che dichiari la cessazione della materia del contendere, per le seguenti ragioni.

In primo luogo, la cessazione della materia del contendere si determina quando l’operato della Amministrazione, successivo alla emanazione del provvedimento gravato, si rivela integralmente satisfattivo dell’interesse azionato (Cons. St. sez V 3 maggio 2012, n. 2135; Cons. St. sez VI, 16 aprile 2012, n. 2135) .

Nel caso di specie, l’Amministrazione ha emanato il provvedimento di rettifica in sede di esecuzione dell’ordinanza propulsiva emessa dal TAR di Reggio Calabria, e non in sede di autotutela, occasionata dalla medesima ordinanza.

In secondo luogo, rilevano nel caso di specie i principi elaborati dalla giurisprudenza amministrativa sui rapporti tra l’ordinanza cautelare, che ordina il cd riesame, e l’atto emanato in sede di esecuzione della medesima ordinanza.

La giurisprudenza ha avuto modo di precisare (cfr in termini TAR Reggio Calabria Sent. N. 152/2014) che – quando è emesso un atto in sede di riesame, per eseguire l’ordinanza cautelare ‘propulsiva’ e anche se esso ha un contenuto favorevole all’originario ricorrente – non si determina né la cessazione della materia del contendere, né la sopravvenuta carenza di interesse.

Una tale pronuncia di rito, ad un tempo, violerebbe i principi fondanti il processo amministrativo relativi alle sopravvenienze in corso di giudizio e lederebbe altresì le posizioni di entrambe le parti.

Da un lato, infatti, sarebbe leso il ricorrente il quale ha titolo, se il ricorso risulta fondato, alla definitiva rimozione degli effetti dell’atto impugnato ed all’accertamento giurisdizionale di una illegittimità che può essere funzionale ad un eventuale risarcimento del danno, oltre ovviamente al ristoro delle spese processuali ed alla restituzione del valore del contributo unificato, ove versato.

Dall’altro lato sarebbe leso l’interesse della stessa amministrazione, poiché anch’essa ha titolo alla sentenza che si pronunci sulla fondatezza del ricorso e sulla legittimità dell’atto impugnato, in quanto – se il ricorso risulta infondato – la sentenza di reiezione comporta la caducazione del provvedimento emesso in sede di riesame e la reviviscenza degli effetti dell’atto sospeso in sede cautelare.

In terzo luogo, nel caso di specie va rilevato che il provvedimento impugnato ha una efficacia ad tempus e che ragionevolmente il suo contenuto potrebbe essere il medesimo di quello dei provvedimenti emessi per la balneazione per gli anni successivi: rilevano dunque i principi riguardanti la portata conformativa delle sentenze del giudice amministrativo, poiché – nel caso di accoglimento del ricorso – l’ulteriore esercizio dei poteri comunali non potrà non tenere conto dei principi formulati all’esito della controversia.

  1. L’ Amministrazione resistente ha altresì eccepito la inammissibilità del ricorso, perche non sono stati impugnati gli atti presupposti, cioè il Regolamento per la disciplina di utilizzo del demanio marittimo e il Piano Comunale di Spiaggia,

Tale eccezione è infondata.

Infatti, sia il Regolamento che il Piano di Spiaggia non contengono alcuna diposizione che abbia inciso immediatamente sugli interessi delle ricorrenti.

L’art. 32 del citato Regolamento, che detta i principi e le previsioni per la gestione delle aree destinate alla libera balneazione, non contiene alcuna previsione in ordine a limiti o a divieti, che riguardino la conduzione di animali su spiagge libere, ed altrettanto non è rinvenibile alcuna disposizione in tal senso nel Piano di Spiaggia .

Tali atti presupposti hanno previsto che proprio in sede di emanazione dell’ordinanza – avente efficacia annuale – l’Amministrazione comunale determini i comportamenti dovuti o vietati, per rispettare le esigenze di decoro, igiene e pulizia.

Ne deriva che il primo e unico atto che effettivamente abbia leso l’interesse delle ricorrenti è rappresentato dalla ordinanza gravata.

  1. Passando al merito del ricorso, il Collegio lo ritiene fondato e dunque da accogliersi.

5.a Le ricorrenti deducono che l’ordinanza balneare gravata – all’art 4, lett. g) – irragionevolmente impone ai conduttori di animali il divieto – salvo il caso dei cani di salvataggio e dei cani guida di portatori di handicap – di accesso alle spiagge libere, in assenza di una motivazione che giustifichi tale scelta e senza specificare quali cautele comportamentali siano necessarie per la tutela dell’igiene delle spiagge, ovvero della incolumità dei bagnanti.

Esse deducono altresì il difetto di motivazione, la manifesta irragionevolezza e la violazione del principio di proporzionalità, circa il rapporto tra le esigenze pubbliche da soddisfare e l’incidenza sulle sfere giuridiche dei privati.

La totale assenza di motivazione, infatti, non consentirebbe di apprezzare se esso sia riferibile a ragioni riconducibili all’igiene dei luoghi ovvero alla sicurezza di chi frequenta le spiagge.

In ogni caso, la motivazione del provvedimento avrebbe dovuto contenere una specifica giustificazione delle misure adottate, che consentisse di verificare il rispetto del principio di proporzionalità, poiché l’Autorità comunale avrebbe dovuto individuare le misure comportamentali ritenute più adeguate, piuttosto che porre un divieto assoluto di accesso alle spiagge.

Di fatto tale limitazione alla libertà personale costituirebbe un limite non consentito alla libera circolazione degli individui.

Le ricorrenti evidenziano anche come l’ordinanza sarebbe in contrasto con i principi espressi nella legge regionale 5 maggio 1990, n. 41 (“Istituzione anagrafe canina, prevenzione randagismo e protezione degli animali”), che si prefigge all’art. 1 la finalità di realizzare sul territorio della Regione un corretto rapporto uomo-animale-ambiente.

5.b Le prospettate censure meritano accoglimento.

Il provvedimento impugnato è illegittimo per difetto di motivazione, come dedotto dalle ricorrenti.

L’obbligo motivazionale contenuto nell’art. 3 della legge n. 241 del 1990 sancisce un principio di portata generale, al quale sono poste limitatissime eccezioni espressamente rese esplicite dal legislatore ovvero individuate in sede giurisprudenziale.

Al di fuori di tali eccezioni, si applica il principio generale per cui il provvedimento lesivo deve rendere note le ragioni poste a sua base, nonché l’iter logico seguito dall’Amministrazione, e ciò per evidenti ragioni di trasparenza dell’esercizio del pubblico potere.

Nel caso di specie, l’ordinanza ‘balneare’ impugnata è riconducibile nella categoria degli atti a contenuto generale (non avendo rilievo in questa sede se abbia o meno natura regolamentare), in quanto indirizzata ad una pluralità indeterminata di destinatari.

Tale natura giuridica non comporta tuttavia di per sé una eccezione all’obbligo di motivazione, perché – in ordine all’ambito di applicazione dell’art. 3 della legge n. 241 del 1990 – la giurisprudenza ha più volte chiarito che si applica in materia il principio di esigibilità, per cui comunque occorre una motivazione, quando ciò sia compatibile con le caratteristiche del provvedimento in questione: ad esempio, mentre per le varianti generali agli strumenti urbanistici non occorre una specifica motivazione sulle singole determinazioni incidenti sui vari interessati, non v’è dubbio che una motivazione occorra quando si tratti di varianti urbanistiche aventi un ambito limitato di applicazione, ovvero di atti generali emanati da Autorità indipendenti, incidenti su posizioni di una pluralità indeterminata di destinatari.

Lo stesso principio si applica quando autorità locali intendano limitare l’utilizzazione di auto o di altri veicoli a motore, limitare gli orari di apertura di esercizi pubblici o aperti al pubblico: anche l’ordinanza che regola le condotte consentite e quelle vietate – circa l’uso del demanio marittimo – deve essere motivata, evidenziando quali specifiche esigenze vadano soddisfatte, in correlazione alle limitazioni delle libertà, che ne conseguono.

In sostanza, negli atti che rientrano nella categoria in esame la disciplina dell’obbligo di motivazione attiene alla dimostrabilità della ragionevolezza delle scelte operate dalla PA, che, nella odierna fattispecie, per le ragioni di censura su cui la difesa delle ricorrenti ampiamente si sofferma, e che trovano la condivisione del Collegio, non è ravvisabile.

5.c Invero, il provvedimento impugnato è, altresì, illegittimo sotto il connesso profilo della violazione del principio di proporzionalità.

Il principio di proporzionalità di matrice comunitaria, immanente nel nostro ordinamento in virtù del richiamo operato dall’art. 1 della legge n. 241/1990, impone alla pubblica amministrazione di optare, tra più possibili scelte ugualmente idonee al raggiungimento del pubblico interesse, per quella meno gravosa per i destinatari incisi dal provvedimento, onde evitare agli stessi ‘inutili’ sacrifici.

Nel caso in esame, la mancata esternazione nel provvedimento gravato anche di quale sia l’interesse pubblico concretamente perseguito attraverso l’imposizione del divieto contestato non impedisce la formulazione di un giudizio di sproporzione tra l’atto adottato ed il fine con esso perseguito.

La scelta di vietare l’ingresso agli animali – e, conseguentemente, ai loro padroni o detentori – sulle spiagge destinate alla libera balneazione, risulta irragionevole ed illogica, oltre che irrazionale e sproporzionata: l’amministrazione avrebbe dovuto valutare se sia possibile perseguire le finalità pubbliche del decoro, dell’igiene e della sicurezza mediante regole alternative al divieto assoluto di frequentazione delle spiagge, ad esempio valutando se limitare l’accesso in determinati orari, o individuare aree adibite anche all’accesso degli animali, con l’individuazione delle aree viceversa interdette al loro accesso.

  1. Per le ragioni si qui esposte, il ricorso è fondato e va accolto, sicché il provvedimento in esame va annullato, nei limiti oggetto della impugnazione.

Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Calabria Sezione Staccata di Reggio Calabria

definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e per l’effetto annulla l’atto impugnato nei limiti d’interesse e dunque limitatamente all’art. 4, lettera g).

Condanna il Comune di Melito di Porto Salvo al pagamento delle spese processuali, che liquida complessivamente in Euro 1.500,00 oltre alla restituzione a favore delle ricorrenti dell’importo del contributo unificato.

 

MEDICI: RICORSO PER OTTENERE LE DIFFERENZE RETRIBUTIVE NEL PERIODO DI SPECIALIZZAZIONE

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Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha stabilito il diritto al risarcimento dei danni in favore di tali medici per mancata corresponsione della rideterminazione triennale della remunerazione all’epoca percepita, come imponeva l’art. 6, dlgs n. 257/91.

Inoltre, diverse sentenze di vari Tribunali italiani (tra cui i Tribunali di Perugia, Ferrara, Pisa e Torino) hanno riconosciuto il diritto al risarcimento dei danni per mancata corresponsione dell’incremento annuo, in misura pari al tasso programmato di inflazione, come era stato stabilito dal suddetto art. 6, Dlgs n. 257/91. In particolare, tali sentenze hanno ritenuto illegittime le norme, che nel corso del tempo avevano congelato tale incremento annuo, per violazione della direttiva CEE n. 82/76, trasfusa poi nella direttiva CEE n. 93/16, in quanto tale incremento costituiva “elemento imprescindibile integrante il concetto di adeguata remunerazione”, cui avevano diritto, secondo tali direttive, i predetti medici specializzandi.
In forza di dette sentenze i medici all’epoca specializzandi potranno oggi agire in giudizio non solo al fine di ottenere il versamento dei contributi previdenziali ed il pagamento delle differenze retributive, pari a circa 11.000 euro l’anno, rispetto ai medici frequentanti le scuole di specializzazione, a partire dall’a.a. 2006/2007, che per effetto del DPCM 7 marzo 2007, si sono visti raddoppiare la remunerazione de qua, ma anche per ottenere il risarcimento dei danni per mancata corresponsione all’epoca dell’incremento annuo al tasso programmato di inflazione, nonché della rideterminazione triennale della remunerazione all’epoca percepita.

 

La somma cui hanno diritto i predetti medici specializzati, a titolo incremento e rideterminazione della remunerazione all’epoca percepita, varia, complessivamente, tra i 20.000/25.000 euro.

E’ importante oggi fare ricorso, in quanto i disegni di legge sovra citati stanno per essere trasformati in legge e, quindi, a quella data vi è comunque la possibilità di ricevere detta somma forfettaria senza arrivare alla conclusione del procedimento!!!

Lo studio legale Copelli  mette a disposizione le proprie conoscenze nella predetta materia al fine di consentire a tutti i medici un riconoscimento dei propri diritti.

MEDICI: TURNI OSPEDALIERI DI LAVORO MASSACRANTI

MEDICI Piccola

Un fenomeno oggi diffuso nelle aziende ospedaliere che lede i diritti dei medici sono gli straordinari imposti al personale sanitario dalle aziende ospedaliere italiane.

Tali imposizioni sono una lesione dei diritti previsti dalla Direttiva europea.

Tale valutazione arriva direttamente dalla Commissione Europea, che all’inizio di giugno aveva inoltrato una nota di infrazione al governo italiano che non aveva applicato la direttiva 2003/88/CE, che tutela il diritto dei medici e dirigenti del sistema sanitario nazionale a periodi minimi di riposo giornaliero e a limitare il tempo di lavoro massimo settimanale.

La mancata risposta da parte del Governo Italiano ha fatto scattare l’azione sanzionatoria della Unione Europea nei confronti dell’Italia, con costi, anche economici, a carico dei cittadini.

Sono infatti migliaia le ore NON retribuite negli ospedali. Lavorare in ospedale con turni e orari massacranti non solo lede i diritti sul lavoro, ma soprattutto va a scapito della qualità del servizio sanitario.

Ogni anno negli Ospedali Italiani vengono effettuate centinaia di migliaia di ore di straordinari non retribuiti ai medici.

E’ stato dimostrato scientificamente che esiste un collegamento diretto e inequivocabile tra la deprivazione del riposo e gli orari prolungati di lavoro dei medici, e l’incremento degli eventi avversi e del rischio clinico per i pazienti.

La salvaguardia della salute degli operatori professionali sanitari assume, pertanto un’importanza strategica e irrinunciabile che va certamente oltre l’interesse economico di una categoria professionale, intaccando il tema della sicurezza delle cure e quindi la tutela della salute dei cittadini che si rivolgono alle strutture ospedaliere.

Riconoscimento del COMPENSO orario
Lo straordinario effettuato dal dirigente medico per coprire le carenze di organico, e non legato al raggiungimento degli obiettivi concordati, è sanzionato con il riconoscimento del compenso orario.

Il tutto è stato stabilito dal tribunale di Bergamo, accogliendo i ricorsi di alcuni medici contro l’azienda ospedaliera Bolognini di Seriate.

I camici bianchi, in anni di servizio presso i reparti di pediatria e patologia neonatale, avevano accumulato straordinari ben al di là di quanto contrattualmente previsto (in alcuni casi superando anche le duemila ore) che la direzione aziendale non voleva pagare.
La sentenza di primo grado dà ora ragione ai camici bianchi.

Per il giudice l’eccessiva quantità di ore lavorate in eccesso è verosimilmente servita all’azienda per sopperire a carenze di organico e non per raggiungere gli obiettivi concordati con i medici per aumentare qualitativamente i servizi, come il contratto nazionale prescrive.

La sentenza del tribunale di Bergamo ha riconosciuto ai camici bianchi il diritto al pagamento solo delle ore maturate negli ultimi cinque anni d’incarico, poiché dopo tale periodo il diritto alla retribuzione è decaduto.

Questa sentenza ha valore per l’intero Paese proprio mentre si parla di ulteriori tagli alla sanità. 

La politica dei tagli riduce i servizi e le prestazioni ai cittadini, obbligando i medici a operare e aumentando i rischi clinici.

Lo studio legale dell’Avv. Francesca Copelli  offre le proprie conoscenze in materie al fine di tutelare tutti i medici che si siano trovati ad effettuare presso le aziende ospedaliere turni di lavoro massacranti senza essere retribuiti.

E’ ILLEGALE LA VENDITA DI CUCCIOLI DI RAZZA SENZA PEDIGREE

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Il Decreto Legislativo 30 dicembre 1992, n. 529 articolo 5 comma 1,  sancisce che: è consentita la commercializzazione di animali di razza di origine nazionale e comunitaria, nonché dello sperma, degli ovuli e degli embrioni dei medesimi, esclusivamente con riferimento a soggetti iscritti ai libri genealogici o registri anagrafici, di cui al precedente art. 1, comma 1, lettere a) e b), e che risultino accompagnati da apposita certificazione genealogica, rilasciata dall’associazione degli allevatori che detiene il relativo libro genealogico o il registro anagrafico.

Quindi  «si consente la vendita solo di animali iscritti ai libri genealogici, perché se viene rilasciato un passaporto senza pedigree, con indicazioni diverse dal meticcio qui si può parlare di vera e proprio truffa. 

E’ bene sapere inoltre che, il cucciolo deve essere accompagnato dai certificati veterinari di vaccinazione, stato di salute dell’Asl di riferimento, dalla microchippatura, dalla certificazione della provenienza.

Si deve verificare la conformità del luogo in cui il cucciolo è ospitato per la qualità degli ambienti e la qualità dell’alimentazione.

E’ buona prassi poter vedere la madre o chiederne lo stato di salute».

Per i cuccioli importati dall’estero il regolamento di emanazione europea n.998 del 2003 stabilisce il divieto di vendita prima dei 90 giorni di vita ed il certificato antirabbico che sia stato evaso da non meno di 21 giorni prima della partenza.

 

DECRETO LEGISLATIVO 30 DICEMBRE 1992, n. 529 (GU n. 007

Suppl.Ord. del 11/01/1993)

ATTUAZIONE DELLA DIRETTIVA 91/174/CEE RELATIVA ALLE

CONDIZIONI ZOOTECNICHE E GENEALOGICHE CHE

DISCIPLINANO LA COMMERCIALIZZAZIONE DEGLI ANIMALI DI

RAZZA.

Materia: COMUNITÀ EUROPEE, ATTUAZIONE DIRETTIVA CEE

URN: urn:nir:stato:decreto.legislativo:1992-12-30;529

Preambolo

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

VISTI GLI ARTICOLI 76 E 87 DELLA COSTITUZIONE;

VISTO L’ART. 21 DELLA LEGGE 19 DICEMBRE 1992, N. 489, RECANTE DELEGA AL

GOVERNO PER L’ATTUAZIONE DELLA DIRETTIVA 91/174/CEE DEL CONSIGLIO DEL 25

MARZO 1991;

VISTA LA PRELIMINARE DELIBERAZIONE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, ADOTTATA

NELLA RIUNIONE DEL 23 DICEMBRE 1992;

VISTA LA DELIBERAZIONE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, ADOTTATA NELLA RIUNIONE

DEL 30 DICEMBRE 1992;

SULLA PROPOSTA DEL MINISTRO PER IL COORDINAMENTO DELLE POLITICHE

COMUNITARIE E PER GLI AFFARI REGIONALI, DI CONCERTO CON I MINISTRI DEGLI

AFFARI ESTERI, DI GRAZIA E GIUSTIZIA E DEL TESORO;

E M A N A

IL SEGUENTE DECRETO LEGISLATIVO:

ART. 1.

1 . IL PRESENTE DECRETO DISCIPLINA:

  1. a) L’ISTITUZIONE, PER GLI ANIMALI, COMPRESI NELL’ELENCO DI CUI

ALL’ALLEGATO II DEL TRATTATO ISTITUTIVO DELLA COMUNITÀ ECONOMICA

EUROPEA, ED APPARTENENTI A SPECIE E RAZZE DIVERSE DA QUELLE

REGOLAMENTATE DALLA LEGGE 15 GENNAIO 1991, N. 30, DEL RELATIVO LIBRO

GENEALOGICO, COSÌ COME DEFINITO NELL’ALLEGATO AL PRESENTE DECRETO;

  1. b) L’ISTITUZIONE, PER LE SPECIE E RAZZE AUTOCTONE DI CUI ALLA LETTERA A),

CHE PRESENTINO LIMITATA DIFFUSIONE, PER LE QUALI NON SIANO ISTITUITI I

LIBRI GENEALOGICI, DEL RELATIVO REGISTRO ANAGRAFICO, COSÌ COME DEFINITO

NELL’ALLEGATO AL PRESENTE DECRETO;

  1. c) LA RIPRODUZIONE DEI DETTI ANIMALI SECONDO LE NORME STABILITE, PER

CIASCUNA RAZZA E SPECIE, DAI RELATIVI DISCIPLINARI DEI LIBRI GENEALOGICI O

REGISTRI ANAGRAFICI DI CUI AL SUCCESSIVO ART. 2;

  1. d) LA COMMERCIALIZZAZIONE DEGLI STESSI ANIMALI E DELLO SPERMA, DEGLI

OVULI E DEGLI EMBRIONI AD ESSI RELATIVI, SECONDO LE NORME STABILITE, PER

CIASCUNA RAZZA E SPECIE, DAI RELATIVI DISCIPLINARI DEI LIBRI GENEALOGICI O

DEI REGISTRI ANAGRAFICI, NONCHÉ SULLA BASE DELLA APPOSITA

CERTIFICAZIONE GENEALOGICA, DI CUI AL SUCCESSIVO ART. 5.

ART. 2.

1 . I LIBRI GENEALOGICI ED I REGISTRI ANAGRAFICI SONO ISTITUITI, PREVIA

APPROVAZIONE CON DECRETO DEL MINISTRO DELL’AGRICOLTURA E DELLE

FORESTE, DALLE ASSOCIAZIONI NAZIONALI DI ALLEVATORI DI SPECIE O DI RAZZA,

DI CUI ALL’ART. 1, LETTERE A) E B), DOTATE DI PERSONALITÀ GIURIDICA ED IN

POSSESSO DEI REQUISITI STABILITI CON PROVVEDIMENTO DEL MINISTRO

DELL’AGRICOLTURA E DELLE FORESTE. DETTI LIBRI GENEALOGICI E REGISTRI

ANAGRAFICI SONO TENUTI DALLE MENZIONATE ASSOCIAZIONI SULLA BASE DI

APPOSITI DISCIPLINARI, APPROVATI ANCH’ESSI CON DECRETO DEL MINISTRO

DELL’AGRICOLTURA E DELLE FORESTE.

2 . SALVO CHE IL FATTO COSTITUISCA REATO, IL RESPONSABILE

DELL’ASSOCIAZIONE NAZIONALE A CIÒ PREPOSTO CHE CUSTODISCE I LIBRI

GENEALOGICI ED I REGISTRI ANAGRAFICI DI CUI AL COMMA 1 IN DIFFORMITÀ

DELLE PRESCRIZIONI CONTENUTE NEGLI APPOSITI DISCIPLINARI È PUNITO CON LA

SANZIONE AMMINISTRATIVA DEL PAGAMENTO DI UNA SOMMA DA L. 5.000.000 A L.

30.000.000.

ART. 3.

1 . I SOGGETTI DELLE SPECIE E RAZZE DI CUI ALL’ART. 1, ORIGINARI DEI PAESI

MEMBRI DELLA COMUNITÀ ECONOMICA EUROPEA, SONO AMMESSI ALLA

RIPRODUZIONE, SIA IN FECONDAZIONE NATURALE CHE PER INSEMINAZIONE

ARTIFICIALE, PURCHÈ IN POSSESSO DEI REQUISITI GENEALOGICI ED ATTITUDINALI

DISCIPLINATI DALLA NORMATIVA COMUNITARIA. ALLE STESSE CONDIZIONI È

ALTRESÌ AMMESSO L’IMPIEGO DI MATERIALE SEMINALE, DI OVULI ED EMBRIONI

PROVENIENTI DA ANIMALI ORIGINARI DI TALI PAESI.

2 . I SOGGETTI DELLE SPECIE E RAZZE DI CUI ALL’ART. 1, PROVENIENTI DA PAESI

TERZI, SONO AMMESSI ALLA RIPRODUZIONE, SIA IN FECONDAZIONE NATURALE

CHE PER INSEMINAZIONE ARTIFICIALE, ALLE STESSE CONDIZIONI STABILITE IN

ITALIA PER I RIPRODUTTORI DELLE MEDESIME SPECIE E RAZZE, PURCHÈ IN

POSSESSO DEI REQUISITI GENEALOGICI ED ATTITUDINALI, STABILITI CON

DECRETO DEL MINISTRO DELL’AGRICOLTURA E DELLE FORESTE.

ALLE STESSE CONDIZIONI È ALTRESÌ AMMESSO L’IMPIEGO DI MATERIALE

SEMINALE, DI OVULI ED EMBRIONI PROVENIENTI DA ANIMALI ORIGINARI DI DETTI

PAESI. NON SONO AMMESSE CONDIZIONI PIÙ FAVOREVOLI DI QUELLE RISERVATE

AI RIPRODUTTORI ORIGINARI DEI PAESI COMUNITARI.

3 . SALVO CHE IL FATTO COSTITUISCA REATO, CHIUNQUE AMMETTE ALLA

RIPRODUZIONE ANIMALI IN VIOLAZIONE DELLE PRESCRIZIONI CONTENUTE NEI

COMMI 1 E 2 È PUNITO CON LA SANZIONE AMMINISTRATIVA DEL PAGAMENTO DI

UNA SOMMA DA L. 10.000.000 A L. 60.000.000.

ART. 4.

1 . IL MINISTERO DELL’AGRICOLTURA E DELLE FORESTE, SU PARERE

DELL’ISTITUTO SPERIMENTALE PER LA ZOOTECNIA, PUÒ AUTORIZZARE, ANCHE IN

DEROGA A QUANTO STABILITO NELL’ART. 1, COMMA 1, LETTERA C) E NEI LIBRI

GENEALOGICI O NEI REGISTRI ANAGRAFICI AD ESSI RELATIVI, L’IMPIEGO DI

RIPRODUTTORI E DI MATERIALE DI RIPRODUZIONE A FINI DI RICERCA E DI

SPERIMENTAZIONE.

ART. 5.

1 . È CONSENTITA LA COMMERCIALIZZAZIONE DI ANIMALI DI RAZZA DI ORIGINE

NAZIONALE E COMUNITARIA, NONCHÉ DELLO SPERMA, DEGLI OVULI E DEGLI

EMBRIONI DEI MEDESIMI, ESCLUSIVAMENTE CON RIFERIMENTO A SOGGETTI

ISCRITTI AI LIBRI GENEALOGICI O REGISTRI ANAGRAFICI, DI CUI AL PRECEDENTE

ART. 1, COMMA 1, LETTERE A) E B), E CHE RISULTINO ACCOMPAGNATI DA

APPOSITA CERTIFICAZIONE GENEALOGICA, RILASCIATA DALL’ASSOCIAZIONE

DEGLI ALLEVATORI CHE DETIENE IL RELATIVO LIBRO GENEALOGICO O IL

REGISTRO ANAGRAFICO.

2 . È AMMESSA, ALTRESÌ, LA COMMERCIALIZZAZIONE DI ANIMALI DI RAZZA

ORIGINARI DEI PAESI TERZI, PER I QUALI IL MINISTRO DELL’AGRICOLTURA E

DELLE FORESTE ABBIA CON PROPRIO PROVVEDIMENTO ACCERTATO L’ESISTENZA

DI UNA NORMATIVA ALMENO EQUIVALENTE A QUELLA NAZIONALE. ALLE STESSE

CONDIZIONI È AMMESSA LA COMMERCIALIZZAZIONE DELLO SPERMA, DEGLI

OVULI E DEGLI EMBRIONI PROVENIENTI DAI DETTI ANIMALI ORIGINARI DEI PAESI

TERZI. NON SONO AMMESSE CONDIZIONI PIÙ FAVOREVOLI DI QUELLE RISERVATE

AGLI ANIMALI DI RAZZA ORIGINARI DEI PAESI COMUNITARI.

3 . SALVO CHE IL FATTO COSTITUISCA REATO, CHIUNQUE COMMERCIALIZZA GLI

ANIMALI INDICATI NEI COMMI 1 E 2 IN VIOLAZIONE DELLE PRESCRIZIONI IVI

CONTENUTE È PUNITO CON LA SANZIONE AMMINISTRATIVA DEL PAGAMENTO DI

UNA SOMMA DA L. 10.000.000 A L. 60.000.000.

ART. 6.

1 . I DISCIPLINARI DI CUI ALL’ART. 2 ATTUALMENTE VIGENTI IN MATERIA DI

ISTITUZIONE E TENUTA DEI LIBRI GENEALOGICI E DEI REGISTRI ANAGRAFICI,

SONO MODIFICATI IN CONFORMITÀ ALLA NORMATIVA COMUNITARIA ED ALLE

DISPOSIZIONI DI CUI AL PRESENTE DECRETO.

2 . CON DECRETO DEL MINISTRO DELL’AGRICOLTURA E DELLE FORESTE SI

PROVVEDERÀ AL RECEPIMENTO DELLA NORMATIVA TECNICA EMANATA DALLA

COMUNITÀ ECONOMICA EUROPEA IN APPLICAZIONE DELLA DIRETTIVA 91/174/CEE.

IL PRESENTE DECRETO, MUNITO DEL SIGILLO DELLO STATO, SARÀ INSERITO

NELLA RACCOLTA UFFICIALE DEGLI ATTI NORMATIVI DELLA REPUBBLICA

ITALIANA. È FATTO OBBLIGO A CHIUNQUE SPETTI DI OSSERVARLO E DI FARLO

OSSERVARE.

DATO A ROMA, ADDÌ 30 DICEMBRE 1992

SCALFARO

AMATO, PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

COSTA, MINISTRO PER IL COORDINAMENTO DELLE POLITICHE COMUNITARIE

COLOMBO, MINISTRO DEGLI AFFARI ESTERI

MARTELLI, MINISTRO DI GRAZIA E GIUSTIZIA

BARUCCI, MINISTRO DEL TESORO

VISTO, IL GUARDASIGILLI: MARTELLI

Annesso A

ALLEGATO

LIBRO GENEALOGICO.

PER IL LIBRO GENEALOGICO SI INTENDE IL LIBRO TENUTO DA UN’ASSOCIAZIONE

NAZIONALE DI ALLEVATORI DOTATA DI PERSONALITÀ GIURIDICA O DA UN ENTE

DI DIRITTO PUBBLICO, IN CUI SONO ISCRITTI GLI ANIMALI RIPRODUTTORI DI UNA

DETERMINATA RAZZA CON L’INDICAZIONE DEI LORO ASCENDENTI E DELLE

PRESTAZIONI RIPRODUTTIVE E PRODUTTIVE.

REGISTRO ANAGRAFICO.

PER REGISTRO ANAGRAFICO SI INTENDE IL REGISTRO TENUTO DA

UN’ASSOCIAZIONE NAZIONALE DI ALLEVATORI DOTATA DI PERSONALITÀ

GIURIDICA O DA UN ENTE DI DIRITTO PUBBLICO, IN CUI SONO ANNOTATI GLI

ANIMALI RIPRODUTTORI DI UNA DETERMINATA RAZZA CON L’INDICAZIONE DEI

LORO ASCENDENTI, SE NOTI, E DELLE EVENTUALI PRESTAZIONI RIPRODUTTIVE E

PRODUTTIVE..

Animali e condominio: E’ VIETATO NEGARE LA PRESENZA DI ANIMALI

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Ecco sancita la nuova normativa in tema di possesso di animali nel condominio: “Le norme del regolamento non possono vietare di possedere o detenere animali domestici”.

Questo il testo della nuova disciplina del condominio contenuta nella legge 11.12.2012 n° 220 , pubblicata nella Gazzetta ufficiale del 17.12.2012

Nessun regolamento o assemblea condominiale può impedire dunque di tenere animali in condominio.

Già nel 1972 la seconda sezione della Corte di Cassazione stabilì, con la sentenza n. 899, che era assolutamente inesistente il divieto giuridico di tenere cani in condominio.

Questo il dispositivo: “È inesistente il divieto giuridico di tenere cani in condominio. Il regolamento condominiale che contenga una norma contraria è limitativo del diritto di proprietà, quindi giuridicamente nullo. L’assemblea condominiale non può deliberarlo”.

Solo in casi eccezionali  il giudice e l’autorità sanitaria possono imporre l’allontanamento di un animale dal condominio e solo se vi siano comprovati motivi di ordine igienico-sanitario, o a causa di una concentrazione eccessiva di animali in uno spazio abitativo.

Questo è possibile, in termini contrattuali, solo nell’ipotesi in cui all’atto dell’acquisto o della locazione sia menzionata l’esistenza di un regolamento di tipo contrattuale con esplicito divieto di detenere animali (e per avere efficacia vincolante il regolamento deve essere menzionato e accettato negli atti di acquisto e locazione).

Come stabilito dalla Corte di Cassazione, seconda sezione civile, con sentenza n.12028 del 1993, “il divieto di tenere negli appartamenti i comuni animali domestici non può essere contenuto negli ordinari regolamenti condominiali, approvati dalla maggioranza dei partecipanti, non potendo detti regolamenti importare limitazioni delle facoltà comprese nel diritto di proprietà dei condomini sulle porzioni del fabbricato appartenenti ad essi individualmente in esclusiva”.

La detenzione di animali in un condominio può essere dunque vietata solo se il proprietario dell’immobile si sia contrattualmente obbligato a non detenere animali nel proprio appartamento.

L’assemblea condominiale non può impedirne il possesso neanche se vota a maggioranza: una simile delibera risulterebbe illegittima sia ai sensi della riforma del condominio, sia ai sensi dell’art. 1138 codice civile – secondo cui le norme contenute in un regolamento non possono in alcun modo menomare i diritti di proprietà e di godimento spettanti a ciascuno dei condomini nell’ambito della proprietà esclusiva –, sia per evitare il contrasto con la legge nazionale sul randagismo n. 281/91 che, invece, sancisce la tutela degli animali d’affezione e sanziona l’abbandono.

Per quanto riguarda il diritto di uso dell’ascensore o delle scale del condominio, considerate “parti comuni del condominio” (art. 1117 c.c.), tale diritto non può essere menomato dal regolamento.

E neppure una decisione autonoma dell’amministratore d’istituire divieti in parti comuni dell’edificio può considerarsi valida.

E’ pacifico che sono sanzionabili le condotte che provocano il deterioramento, la distruzione o che deturpano o imbrattano cose mobili o immobili altrui (art. 635 c.p. “danneggiamento”, art. 639 c.p. “deturpamento o imbrattamento di cose altrui”).

Le regole della civile convivenza impongono di adottare accorgimenti tali da evitare disturbo agli altri condomini e di osservare corrette norme igieniche.

CHI NON SI PRENDE CURA DEL PROPRIO CANE RISCHIA IL CARCERE

 

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La sentenza n. 854/2014 del Tribunale di Trento ha sancito che “Chiunque metta in atto comportamenti colposi di inerzia, incuria o indifferenza nei confronti del proprio animale domestico incorre nel reato di abbandono di animale”.

La vicenda è iniziata con una querela presentata dai vicini di casa, che avevano deciso di passare alle vie giudiziarie dopo numerosi richiami verbali, stanchi di sentire il cane dei propri dirimpettai abbaiare giorno e notte. L’animale – un pastore tedesco – era infatti costretto a vivere in una piccola terrazza e spesso veniva lasciato senza acqua e cibo.

Il tribunale di Trento ha condannato i padroni dell’animale sia per il reato di disturbo, per cui era scattata la querela sia per il reato di abbandono di animali, previsto dall’articolo 727 del codice penale.

Il codice sanziona con l’arresto fino ad un anno o con una ammenda che va da mille a 10 mila euro chiunque detenga animali in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze.

Secondo il Tribunale difatti,  il comportamento dai padroni del pastore tedesco, integra senza ombra di dubbio la fattispecie di cui all’art. 727 c.p. in quanto gli stessi  non si sono presi cura in modo adeguato del loro cane danneggiandone così  la «sensibilità psico-fisica», lasciandolo senza cibo e in uno spazio angusto per giorni.

La sentenza ha, infatti, stabilito che la nozione di abbandono «postula una condotta ad ampio raggio, che include anche la colpa intesa come indifferenza, trascuratezza, disinteresse o inerzia».

E addirittura, nel caso specifico, i giudici hanno ritenuto che si sia configurata la fattispecie più grave, ovvero quella di reato doloso. I padroni avevano, infatti, ricevuto numerosi richiami a prendersi cura dell’animale da parte dei vicini di casa, e quindi la loro condotta è stata ritenuta assolutamente voluta e non “solo” frutto di negligenza.

Il reato di abbandono di animali è da ritenere configurato non solo in caso di sevizie, torture e crudeltà caratterizzate da dolo nei confronti dell’animale, ma anche in caso di comportamenti colposi di incuria, inerzia o indifferenza da parte del proprietario dell’animale.

Da ciò segue che la carenza di cibo, la costrizione in ambienti sporchi e non adeguati per un cane di grossa stazza sono elementi che possono portare alla condanna del proprietario per abbandono e, altresì, costituire, nel loro insieme, comportamenti di vero maltrattamento.

Questo è quanto emerge dalla sentenza del Tribunale di Trento 856/2014

APPROVATO DIVORZIO BREVE

 

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Il 22 aprile 2015 la Camera dei Deputati ha approvato definitivamente la c.d. legge sul divorzio breve.

Ecco in pratica cosa cambia.

I tempi per addivenire alla cessazione degli effetti civili del matrimonio saranno ridotti drasticamente…

In particolare per ciò che concerne le separazioni giudiziali ( vale a dire quelle in cui non c’è stato accordo con l’ex coniuge) è prevista la riduzione da tre anni a dodici mesi della durata minima del periodo di separazione ininterrotta dei coniugi che consente di presentare la domanda di divorzio.

I dodici mesi decorrono dalla data di presentazione dei coniugi dinnanzi al giudice per l’udienza presidenziale de separazione.

Ovviamente, ciò avrà come inevitabile conseguenza il fatto che al momento della presentazione della domanda di divorzio sarà ancora pendente (presumibilmente in primo grado) il procedimento di separazione giudiziale.

Nelle separazioni invece consensuali (vale a dire quelle in cui vi è stato accordo con l’ex coniuge) è prevista la riduzione a sei mesi della durata del periodo di separazione ininterrotta dei coniugi che consente la presentazione del ricorso per ottenere il divorzio. Tale termine breve si applica anche ai giudizi inizialmente contenziosi, che poi in virtù dell’intervenuto accordo delle parti, si trasformano in congiunti .

Per quanto riguarda la comunione legale, la norma prevede, altresì, la riduzione dei tempi per ottenere la separazione dei beni, per il caso in  cui i coniugi durante l’unione matrimoniale abbiano optato per il regime della comunione legale. Fino ad oggi, lo scioglimento della comunione avveniva con il passaggio in giudicato della sentenza di separazione personale. La nuova norma prevede, invece, che lo scioglimento della comunione avvenga nel momento in cui il giudice autorizza i coniugi a vivere separati, ovvero alla data di sottoscrizione del processo verbale di separazione consensuale.

L’ordinanza con la quale i coniugi sono autorizzati a vivere separati viene comunicata all’ufficiale dello stato civile ai fini dell’annotazione dello scioglimento della comunione.

Le nuove disposizioni si applicano anche ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore della presente legge, anche nei casi in cui il procedimento di separazione che ne costituisce il presupposto risulti ancora pendente alla stessa data.

La domanda di divisione della comunione legale tra i coniugi potrà essere introdotta unitamente alla domanda di separazione o di divorzio. Fino ad oggi il presupposto della domanda di divisione era la pronuncia definitiva di separazione quindi, prima di tale momento, mancava il titolo per richiederla.

La nuova norma prevede infine la conservazione dell’efficacia dei provvedimenti temporanei ed urgente emessi dal Presidente in sede di separazione anche a seguito di ricorso per la cessazione degli effetti civili o per lo scioglimento del matrimonio. Nulla è invece cambiato in ordine alle procedure di negoziazione assistita.

ANIMALI MALTRATTATI E FALSI PASSAPORTI CANINI: DUE CONDANNATI A LODI

Il tribunale di Lodi ha condannato a tre anni di reclusione per maltrattamento di animali, frode in commercio e falsificazione di passaporti canini un 37enne e un 36enne di Melegnano, in provincia di Milano, titolari di un’azienda che in una cascina di dell’hinterland importava e commercializzava cuccioli di razza provenienti dall’Ungheria.

Per loro anche la sanzione accessoria dell’interdizione per cinque anni dai pubblici uffici e una condanna provvisionale a risarcire 15mila euro alla Lav. costituitasi parte civile.

Il processo nasce da un’operazione del 2009 del Corpo forestale dello Stato che aveva sequestrato 112 cuccioli, poi affidati dal tribunale a famiglie che si erano rese disponibili.

La sentenza ha disposto la confisca degli animali e l’assegnazione definitiva alle famiglie affidatarie.

Il titolare di un centro cinofilo con sede nella stessa cascina, padre di uno degli imputati, è stato contestualmente condannato a otto mesi perché, nominato custode di sei cani, a un successivo controllo della Forestale avrebbe violato i relativi doveri spostandoli altrove.

LE NUOVE NORME SULLE SEPARAZIONI ED I DIVORZI

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  ll primo tassello della riforma della giustizia, voluta dal        Governo,riguarda un settore del diritto assai delicato: la famiglia e i suoi  conflitti.

  Con la Legge n. 162 di conversione del Dl. 132 viene sancita la    possibilità di sciogliere il matrimonio senza ricorrere al magistrato.

  Proprio per portare le vertenze fuori dalle aule dei tribunali e liberare i    magistrati dal pesante faldone dell’arretrato civile, è ora possibile  percorrere due strade “facili” per separarsi e divorziare : firmare un  accordo nello studio di un avvocato o davanti al Sindaco.

Separazione coniugale e scioglimento del matrimonio , dunque, secondo un iter semplificato a doppio binario : negoziazione assistita da un lato e accordo davanti al sindaco dall’altro.

In particolare schematizzando la nuova normativa ad oggi è possibile separarsi o divorziare secondo questi parametri:

Senza figli, si divorzia e ci si separa in 30 giorni.
Quando i coniugi non hanno figli e sono d’accordo nel dividersi, la procedura diventa molto facile ed economica.

Grazie al nuovo decreto legge, basterà presentarsi dal Sindaco del comune di residenza di uno dei due. Marito e moglie dovranno fornire un documento in cui dichiarino di volersi dividere alle condizioni elencate, per la cui stesura ci si può far aiutare da un avvocato.

I due coniugi devono firmare accordo e dichiarazione davanti al sindaco, che li invita a ripresentarsi dopo 30 giorni per confermare la scelta.

Se non dovessero tornare, restano a ogni effetto marito e moglie.

Con figli e patrimonio da dividere serve l’avvocato ma non il tribunale.
Se ci sono figli, trasferimenti immobiliari, assegni e case coniugali serve l’avvocato.

La novità è che non sarà necessario finire in tribunale, ma si risolverà tutto nello studio del legale.

Con un mero controllo da parte della Procura della Repubblica che potrà trasmettere gli atti al Tribunale se l’accordo conterrà clausole strane o contrarie ai diritti e agli interessi dei figli, siano essi minorenni, portatori di handicap o maggiorenni non ancora autosufficienti dal punto di vista economico.

In tal caso il Tribunale convocherà la coppia davanti a sé come è sempre stato e saranno rimesse in discussione alcune delle clausole che non appaiono congrue” .

Senza accordo si finisce davanti al giudice.
Se i coniugi non condividono la decisione di separarsi o non sono d’accordo sulle condizioni, dovranno vedersela in tribunale, secondo le regole già in vigore per la separazione e il divorzio giudiziale.

Divorzio breve
Il decreto appena entrato in vigore non modifica l’attesa di 3 anni che per legge deve intercorrere tra la separazione e il divorzio. Vorrebbe ridurla un disegno di legge, adesso all’esame della commissione Giustizia del Senato, che prevede 6 mesi per i divorzi consensuali e 12 per quelli che non vedono d’accordo gli ex coniugi

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