Avvocato Francesca Copelli

Avvocato civilista e penalista

CHI NON SI PRENDE CURA DEL PROPRIO CANE RISCHIA IL CARCERE

 

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La sentenza n. 854/2014 del Tribunale di Trento ha sancito che “Chiunque metta in atto comportamenti colposi di inerzia, incuria o indifferenza nei confronti del proprio animale domestico incorre nel reato di abbandono di animale”.

La vicenda è iniziata con una querela presentata dai vicini di casa, che avevano deciso di passare alle vie giudiziarie dopo numerosi richiami verbali, stanchi di sentire il cane dei propri dirimpettai abbaiare giorno e notte. L’animale – un pastore tedesco – era infatti costretto a vivere in una piccola terrazza e spesso veniva lasciato senza acqua e cibo.

Il tribunale di Trento ha condannato i padroni dell’animale sia per il reato di disturbo, per cui era scattata la querela sia per il reato di abbandono di animali, previsto dall’articolo 727 del codice penale.

Il codice sanziona con l’arresto fino ad un anno o con una ammenda che va da mille a 10 mila euro chiunque detenga animali in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze.

Secondo il Tribunale difatti,  il comportamento dai padroni del pastore tedesco, integra senza ombra di dubbio la fattispecie di cui all’art. 727 c.p. in quanto gli stessi  non si sono presi cura in modo adeguato del loro cane danneggiandone così  la «sensibilità psico-fisica», lasciandolo senza cibo e in uno spazio angusto per giorni.

La sentenza ha, infatti, stabilito che la nozione di abbandono «postula una condotta ad ampio raggio, che include anche la colpa intesa come indifferenza, trascuratezza, disinteresse o inerzia».

E addirittura, nel caso specifico, i giudici hanno ritenuto che si sia configurata la fattispecie più grave, ovvero quella di reato doloso. I padroni avevano, infatti, ricevuto numerosi richiami a prendersi cura dell’animale da parte dei vicini di casa, e quindi la loro condotta è stata ritenuta assolutamente voluta e non “solo” frutto di negligenza.

Il reato di abbandono di animali è da ritenere configurato non solo in caso di sevizie, torture e crudeltà caratterizzate da dolo nei confronti dell’animale, ma anche in caso di comportamenti colposi di incuria, inerzia o indifferenza da parte del proprietario dell’animale.

Da ciò segue che la carenza di cibo, la costrizione in ambienti sporchi e non adeguati per un cane di grossa stazza sono elementi che possono portare alla condanna del proprietario per abbandono e, altresì, costituire, nel loro insieme, comportamenti di vero maltrattamento.

Questo è quanto emerge dalla sentenza del Tribunale di Trento 856/2014

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